lunedì 25 aprile 2011

DOMENICO COMELLI: TESTO TEATRALE, RAPPRESENTAZIONI, WORK-IN-PROGRESS



"DOMENICO COMELLI", Monologo Teatrale in lingua italiana, scritto da Alberto Macchi a Varsavia nel 2011. Inedito.

DALL'IDEA, AL TESTO, ALLE RAPPRESENTAZIONI:

Anno 2011
- Lettura drammatizzata del testo teatrale "Domenico Comelli", al Teatro "Marconi" di Varsavia, con gli allievi del Laboratorio Permanente Europeo.

RECENSIONI, ARTICOLI: STAMPA, INTERNET, RADIO, TELEVISIONE:

DOMENICO COMELLI (o GOMELLI) (Gorizia 1737* – Varsavia 1804). Conte. La sua nobile famiglia appartiene all’Ordine dei «Cavalieri Romani», un Ordine Cavalleresco che trae origine dai Ceteri o Equites guardie del Corpo di Romolo. Vi fecero parte i Gracchi e Ovidio. Figlio del Conte Carlo De Comelli - che si fregia dell’appellativo di “von Stuckenfeld”, riconoscimento acquisito da un suo antenato del XVII secolo per le valorose azioni contro i Turchi durante l’assedio di Vienna - ha 31 fratelli, di cui Antonio, letterato e Zanetto, soldato, morto alla battaglia di Praga. Suo padre infatti, uomo dal vissuto molto movimentato, ha avuto, da due mogli, ben 32 figli. Profondamente innamorato della Polonia, ancora giovane, decide di trasferirsi a Varsavia. Frequenta la Corte Reale e presto assume il titolo di Ciambellano di Stanislao Augusto Re di Polonia. Successivamente viene nominato Cavaliere di Malta. Aderendo al desiderio del re, nel 1791, alla matura età di 54 anni, sposa a Varsavia la non più giovane dama Marianna Merlini (Varsavia 1765 – Varsavia 1794), di 26 anni, figlia del Primo Architetto di Corte Domenico Merlini e di Marianna Somberger. Il re, particolarmente favorevole a questo matrimonio, lo onorerà con grandi prove d’affetto per tutto il resto della vita e, nel giorno delle nozze, per dimostrare la sua approvazione, offre il braccio alla sposa per condurla alla sala del banchetto dove, fra tanti altri illustri personaggi, sono presenti il Principe Giuseppe Poniatowski e il Conte De Normandes Ambasciatore di Spagna. Marianna Merlini Comelli s’afferma come cantante lirica, col soprannome di Nina o Manon e ha un rapporto epistolare con Domenico Bruni; in una delle sue lettere parla del Maestro Domenico Cimarosa che è appena giunto a Varsavia con tutta la sua famiglia. Nel settembre del 1792 il Conte Domenico Comelli accoglie a Varsavia con straordinari festeggiamenti, Ludwig Buchholtz nuovo rappresentante diplomatico della Prussia. Subito dopo, dovendo occuparsi, fra le altre cose, di alcuni affari di famiglia, si reca in Italia e porta con se la sua sposa. Quando nel 1793 ritorna a Varsavia trova la città totalmente occupata dai Russi. Tre anni dopo le nozze, nel 1794, muore a Varsavia la sua sposa appena ventinovenne. Comelli non ha mai perso i contatti con la sua città natale in Italia tanto che i suoi parenti sono costantemente informati circa la situazione drammatica che si sta creando in Polonia. Nel 1795 denuncia al Tribunale di Ajello Carlo Sassini farmacista di Sapagliano e l’anno successivo al Tribunale di Gradisca viene invece denunciato dall’Ufficio Fiscale di Gorizia Geminiano De Comelli per debiti nei confronti del Monte di Pietà. Domenico Comelli muore a Varsavia a sessantasette anni. Dopo la sua morte vengono pubblicate alcune sue lettere riguardanti i fatti di Polonia dal 1792 al 1793, nonché l’Albero Genealogico dei suoi nobili antenati, tra cui spicca un altro Domenico Comelli (Bologna 1599 – Bologna 1663), Avvocato dei Poveri e Consultore del Sant’Uffizio, fondatore di un Collegio per giovani studenti in Bologna, importante esponente di quel ramo della famiglia Comelli originaria di Castel San Pietro in provincia di Bologna. Nel 1663 questi viene ricordato perché il noto scrittore Giovanni Girolamo Miniati, in occasione della morte, gli ha dedicato una preziosa opera dal titolo “Descrizione de’ Funerali di Domenico Comelli”. Don Pietro Comelli, invece, un successivo esponente della famiglia Comelli del ramo friulano, sarà ricordato per aver inviato nel 1839 al giornale la “Favilla” di Trieste, di nascosto di Caterina Percoto, l’opera letteraria “Commento alla traduzione del poeta Andrea Maffei di alcuni brani della Messiade del drammaturgo Friedrich Gottlieb Klopstock”, ovvero il primo scritto di questa futura nota scrittrice; in seguito a questo fatto Caterina inizierà un rapporto duraturo con l'Editore Francesco Dall'Ongaro, da subito suo mentore. Il Ciambellano del Re di Polonia Domenico Comelli è considerato oggi “un'ombra tragica, invocante invano all'Europa un atto di energia e di volontà, che possa salvare la Polonia dalla morte”, oltre che un illustre testimone della seconda spartizione della Polonia. (Articolo di Alberto Macchi e Angela Sołtys, "Gazzetta Italia", Varsavia Maggio 2011)

* La scuola dei cadetti di Šklov si era fatta un certo nome e vi arrivavano allievi da tutte le parti. Domenico Comelli, un friulano di Aiello, ciambellano dell’ultimo re di Polonia Stanislao Augusto Poniatowski (1732-1798), che aveva sposato la figlia dell’architetto reale Domenico Merlini (1730-1797), vi portò nel 1790 i due fratelli minori della moglie. Era proprio l’anno in cui a Šklov si era trovato anche Zuccato. Scrive il Comelli in una lettera del 22 maggio 1793: "Tre anni fa adesso, che io proteggeva e spedii due fratelli minori della mia Nina nell’Accademia di Sklowia fondata da S.E. il generale conte Zoris, fu favorito per due anni soli dall’imperatrice di Russia e culbutato per gli intrighi e gran cabale del defunto principe Potemkin Taurico… Questo è il zio della sposa del sig. Conte Zucatto nipote del sig. consigliere Morelli di Gorizia… La Nina [la moglie di Comelli] avrà il piacere di presentarsi a S.M. il Re e di là [da Belostok] proseguirà il suo viaggio [per San Pietroburgo], il cui motivo è in primo luogo di stabilirvi il suo fratello 46 Мемуары графини Головиной. Mosca 2000, p. 55-56. 47 Apprendiamo, da fonte tuttavia incerta, il nome della moglie di Zuccato: Aleksandra Petrovna Vojnova. ... primogenito… ed anche per rivedere i suoi due fratelli avanti che sortano dall’accademia per andar a S.Pietroburgo…48. La moglie di Comelli, che egli chiamava Nina, ma che il cui nome in realtà era Marianna, faceva la cantante. Sarebbe morta in circostanze poco chiare il 12 agosto 1794, a soli 29 anni, durante l’insurrezione di Varsavia, 49 mentre Comelli era già rientrato in Italia. Prima di sposare il ciambellano friulano, Marianna Merlini (detta anche Manon) era stata una delle favorite del re e anche dopo il matrimonio aveva avuto degli amanti, tra cui, probabilmente, il conte Jakov Efimovič Sievers (1731-1808), rappresentante straordinario di Caterina la Grande nella capitale polacca.50 Lo storico Kazimierz Waliszewski (1848-1935), sulla base di una lettera di Sievers, che tanta parte aveva avuto nelle spartizioni della Polonia, ne descrive «la commovente tenerezza e le lacrime di coccodrillo che versava quando cantava la Camelli, un’avventuriera, ex favorita del re che dava un concerto in onore di Sievers in casa del nunzio»,51 monsignor Ferdinando Maria Saluzzo (1744-1816). Il fratello primogenito della Merlini, che si chiamava Francesco, sarebbe entrato nell’esercito russo come primo maggiore.52 Uno dei fratelli minori, Stanislao (Stanislav Dem’janovič, 1775-1833), divenne tenente generale russo. A Pietroburgo, attorno agli anni Trenta dell’Ottocento, un certo capitan Merlini era diventato la favola della città. Frequentava assiduamente i pranzi della nobiltà pietroburghese senza esservi invitato per poi sdebitarsi una volta l’anno invitando tutti in una sua piccola casetta di legno sulla Fontanka. Aveva una carrozza e una quadriglia di cavalli pronta dal mattino presto fino a tarda sera a condurre la sua persona per tutta Pietroburgo secondo un piano ben preordinato: dove e da chi far colazione, pranzare e cenare». «Donde venisse, dove avesse servito, se fosse veramente un capitano e si chiamasse realmente Merlini, non lo sapeva nessuno e nessuno se ne preoccupava; il suo passato rimase sempre avvolto in un impenetrabile mistero...» Probabilmente, era il terzo dei fratelli. [...] A Praga trovò la morte un fratello del summenzionato Comelli di Aiello del Friuli, di nome Zanetto, che aveva combattuto dalla parte degli insorti.
48 Alessandro Morpurgo, Lettere inedite del Conte Domenico Comelli Ciambellano del re Stanislao Poniatowski circa ai fatti di Polonia dal 1792 al 1793, in “Archeografo triestino. Raccolta di memorie, notizie e documenti particolarmente per servire alla storia di Trieste, del Friuli e dell'Istria”, vol. XVI, 1890, pp. 249-250. 49 Krzysztof Zaboklicki, Il conte friulano Domenico Comelli, ciambellano di Stanislao Augusto e testimone della seconda spartizione della Polonia, Varsavia-Roma 1996, pp. 7, 9.
50 Ib., p. 4-7.
51 Валишевский Казимир. Вокруг трона. Mosca 2004, p. 27.
52 Zaboklicki, cit., p. 7.
(Mario Corti, Giorgio Giovanni Zuccato, Collana Sism n. 6, 2013)


Ritratto Domenico Comelli (particolare): acquarello del 1788 ca, di Giovan Battista Lampi il Vecchio (Romeno 31/12/1751 – Vienna 11/2/1830).


Il volto di Stanislao Augusto in questo ritatto ad olio su tela del 1789 ca, sempre di Giovan Battista Lampi il Vecchio, è molto simile al volto di Domenico Comelli nell'acquarello dello stesso pittore del 1788 ca. (Dott. ssa Angela Sołtys).

BIBLIOGRAFIA:

Krzysztof Żaboklicki, Il conte friulano Domenico Comelli, ciambellano di Stanislao Augusto e testimone della seconda spartizione della Polonia: Conferenze, Accademia Polacca delle Scienze, Biblioteca e Centro di Studi a Roma, Roma 1996.
Krzysztof Żaboklicki, Il Conte friulano Domenico Comelli, Ciambellano di Stanislao Augusto e testimone della seconda spartizione della Polonia, Upowszechnianie Nauki-Oswiata, Varsavia Roma 1996.
Alessandro Morpurgo, Lettere inedite del Conte Domenico Comelli, Ciambellano del re Stanislao Poniatowski, circa ai fatti di Polonia dal 1792 al 1793, Stabilimento Artistico Tipografico G. Caprin, Trieste 1890, pp. 231-258.
Pellegrino Antonio Orlandi, Notizie degli scrittori bolognesi e dell' opere loro stampate e manoscritte, Costantino Pisarri, Bologna 1714.
Antonio Di Paolo Masini, Bologna perlustrata, Bologna 1666, vol. 1.
Rassegna storica del risorgimento, Regio Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, 1927, vol. 14
Sot la nape, Societât Filologjch Furlane, 1985, vol.37.
Archivio Segreto Vaticano: miscellanea di testi, saggi e ...
: , 2006, vol. 1.
Halina Kamińska-Krassowska, Waleria Tarnowska, Wincenty Lesseur, Miniatury Wincentego Lesseura i Walerii Tarnowskiej z dawnej ..., 1994.
Domenico Rossetti, Deputazione di storia patria per le Venezie. Sezione di Trieste, Società di Minerva, Trieste 1890.
Alberto Macchi e Angela Sołtys, Domenico Merlini [in:] "Gazzetta Italia", Varsavia Gennaio 2011.
Egidio Gorra, Francesco Novati, Giulio Bertoni, Don Pietro Comelli [in:] Giornale storico della letteratura italiana, vol. 162, 1985
Emporium, Istituto italiano d'arti grafiche, Bergamo 1916, vol. 44
Ugo Cova, Fonti giudiziarie e militari austriache per la storia della Venezia Giulia, Ministero per i Beni Culturali e Ambientali, Roma 1989.
Istituto fascista di cultura di Torino, Guinta centrale per gli studi storici, Istituto per gli studi di politica internazionale [in:] “Rivista Storica Italiana”, vol. 7, Fratelli Bocca, Milano 1890.


LINK COLLEGATI:

http://albertomacchi.blogspot.com/
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Alberto Macchi (regista)

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Sono un appassionato di ricerche sul "Grand Tour e sulle Accademie dell'Arcadia e di San Luca nel XVIII secolo". Vivo in Italia ed in Polonia dove, di tanto in tanto, AMO VIAGGIARE NELLO SPAZIO E NEL TEMPO. Chiunque, residente in uno di questi due paesi, nutra la mia stessa passione, può contattami per un incontro in cui condividere e scambiarsi esperienze, foto, opere, documentazioni raccolte a tutt'oggi e magari per concordare un'eventuale escursione, tra realtà e immaginazione, da fare insieme successivamente.


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mercoledì 6 aprile 2011

BONA SFORZA: TESTO TEATRALE, RAPPRESENTAZIONI, WORK-IN-PROGRESS



"BONA SFORZA" è un Atto Unico Teatrale, scritto da Alberto Macchi, in lingua italiana, nel 1999 a Tarnów in Polonia, inedito.

Bona Sforza, dai modi garbati, che crebbe con l’affettuoso sostegno di sua madre all’insegna dell’amore cristiano, e che fu educata dal raffinato Mons. Della Casa, (il quale scrisse - dietro consiglio di un delicato familiare del gentile Vescovo Galateo Ghiberti – il “Galateo”, un trattato di buon comportamento), visse in un mondo squisito di artisti, come il leggiadro scultore e orefice Lorenzo Ghiberti, l’aggraziato pittore e decoratore Pietro Vannucci e la discreta poetessa Isabella Morra. Stranamente però Bona Sforza si fidò e fu amica sincera soltanto dello scurrile poeta Pietro L'Aretino. (Considerazione dell'autore, Roma 2007)

DALL'IDEA, AL TESTO, ALLE RAPPRESENTAZIONI:

Anno 1996-
Fin dall'approdo, a Tarnów in Polonia, di Alberto Macchi drammaturgo e regista teatrale di Roma, scaturisce in lui l'idea di ricercare intorno alla figura di Bona Sforza Regina di Polonia, allo scopo di tradurre in forma drammaturgica, in una fase successiva, il risultato di tali ricerche e di quelle da fare ancora in giro per l'Europa.
Anno 1997
- Ricerche intorno a Re Sigismondo il Vecchio e intorno a Bona Sforza, sua sposa, presso Biblioteche e Archivi in Polonia. Visita dei siti e dei monumenti che si riferiscono alla famiglia reale. Raccolta di documenti e foto.
Anno 1998
- Ricerche intorno alla Famiglia Sforza presso Biblioteche e Archivi in Italia. Visita di siti e monumenti che si riferiscono in paricolare a Bona che nacque e morì in Italia. Raccolta di documenti e foto.
Anno 1999
- Ricerche intorno a Bona Sforza presso Biblioteche e Archivi in Europa. Visita di siti e monumenti che si riferiscono alla sua vita. Raccolta di documenti, foto e materiale vario.
- Stesura del testo teatrale dal titolo "Bona Sforza" pressoché definitivo, testo apprezzato dai Professori Piotr Salwa dell'Università di Varsavia e Stanisław Budzik direttore del Seminario Diocesiano di Tarnów.
Anno 2000
- Continuate le ricerche in Polonia e Italia. Aggiornato il testo teatrale, corredato di un'ampia bibliografia e di note.
Anno 2001
- Continuate le ricerche in Polonia. Aggiornato il testo teatrale, corredato di un'ampia bibliografia e di note.
Anno 2002
- Continuate le ricerche in Italia in particolar modo in Lombardia, in Campania e in Puglia. Aggiornato il testo teatrale, corredato di un'ampia bibliografia e di note.
Ann 2008
- Continuate le ricerche in Polonia. Aggiornato il testo teatrale, corredato di un'ampia bibliografia e di note.
Anno 2009
- Ultimato il testo assolutamente definitivo a Varsavia, con il titolo "La Donna Bona". Consegnata una copia del testo a Monika Werner di Varsavia studiosa di Bona Sforza.

Testo definitivo
Anno 2010
- Lettura drammatizzata, a cura dell'autore, al Teatro "Enrico Marconi" di Varsavia durante il Laboratorio Teatrale.
Anno 2011
- Lettura Drammatizzata a cura dell'autore nella Sala Conferenze dell'Associazione "Italiani in Polonia".
- Pubblicata su "Gazzetta Italia" di Varsavia una parte del testo teatrale, sia in lingua polacca che in lingua italiana.


"Bona Sforza", Incisione del XIX secolo


"Galateo", Educatore di Bona Sforza. Incisione del XIX secolo


Articolo "Gazzetta Italia" 11/2011, di Alberto Macchi e Angela Sołtys

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ARTICOLO RELATIVO AL MAR MEDITERRANEO
(Alberto Macchi, Varsavia 2011)

DALLA POLONIA: SIGISMONDO I IL VECCHIO E BONA SFORZA

Nel XVI secolo il Re di Polonia Sigismondo I Jagellone il Vecchio, rimasto vedovo, deciso a sposarsi una seconda volta, ha rivolto lo sguardo verso il Mediterraneo, come moltissimi altri personaggi della storia da ogni parte del mondo hanno fatto prima e dopo di lui. Egli, infatti, ha preso in sposa una donna che il Mediterraneo lo rappresentasse per intero: Bona Sforza, nata a Vigevano nella Pianura Padana, cresciuta a Napoli sul Tirreno e a Bari sull’Adriatico, figlia di un milanese e di una napoletana di origini spagnole.
Questo Mare Nostrum degli antichi romani lo attrasse anche quando, in veste di pellegrino, visitò il Santuario di San Michele sul Gargano nelle Puglie.
Allora quale mezzo migliore per parlare di Sigismondo I e di Bona Sforza se non attraverso un passo di un opera drammaturgica che, anche se con molta immaginazione, tenta di individuare le loro personalità?
Ecco quindi, qui di seguito, tre scene del mio testo teatrale inedito, dal titolo “Bona Sforza” scritto in Italia e in Polonia, tra gli anni 1996 e 2007, frutto di ricerche negli archivi e nelle biblioteche di mezza Europa.

Scena Terza: INTIMITA'
Cracovia 1530. Una stanza privata del Castello di Wawel. Re Sigismondo è con la sua sposa, la Regina Bona.

SIGISMONDO: Ti trovo bellissima, mia dolce sposa.

BONA: E' meraviglioso che oggi tu sia così in vena di complimenti, mio re.

SIGISMONDO: Un re è anche un uomo, a tutti gli effetti. E poi oggi, al diavolo le faccende di Stato, voglio dedicarmi alla mia amata. (L'abbraccia)

BONA: E magari ai ricordi! (Pausa) Devo confessarti che sono sempre gelosa. Quando ti vedo distratto, assente, allora penso che tu stia con lei, Barbara, tanto più bella di me. E poi così giovane, scomparsa prematuramente, ma vissuta sufficientemente per lasciarti tua figlia Jadviga.

SIGISMONDO: Bona, ora sei sciocca! Che vai a pensare? Barbara l'ho persa appena sei mesi dopo il matrimonio. Oggi per me lei è ormai morta e sepolta! Costituisce soltanto un vago ricordo, quello per una persona cara che di certo non va ad interferire nell'amore che nutro per te. Gelosia, maledetta gelosia italiana …!

BONA: Era tanto gelosa mia madre, che sua figlia di certo non poteva essere da meno! Ascolta questa vecchia poesia italiana di parecchi anni fa, quando io non ero ancora nata: "Ho mille volte ringraziato amore,/ ma più quel santo giorno benedetto,/ che fu dal Ciel a questo fine eletto/ ch'io viva e mora sol col mio signore.// Se gelosia di lui sempre ho nel cuore,/ questo è chè l'amo d'un amor perfetto;/ né sol col senso mira il mio intelletto,/ anzi ardo dentro al cuor del nostro onore.// Or questa è l'amorosa mia ferita,/ e temo sol d'ogni ombra, perché io l'amo,/ e sempre sono a lui col cuore unita.// Come presto un bel fior casca dal ramo,/ così vegg'io cascar la nostra vita,/ e però il Ciel al nostro amor sol chiamo (1).

SIGISMONDO: Ho capito. Vuoi dirmi che anche tu, come nei versi, “temi sol d’ogni ombra” e “veggi cascar la nostra vita”!

BONA: Va bene, cambiamo discorso. Dimmi però come hai vissuto la mia proposta di matrimonio! E' un chiodo fisso che ho nella testa da sempre. Potevi sposare Anna di Masovia, perché hai preferito me?

SIGISMONDO: "Perché non un'italiana questa volta?" Mi son detto. "Anche come affare di Stato va bene. L'Imperatore Massimiliano è suo zio (2). E poi è stato egli stesso a propormela. Inoltre questa è bionda mentre l'altra era rossa. E chissà che in futuro, non ne avrò ancora, una mora e magari anche una castana!  (Ride e continua) Bona lo dice il nome, sarà "bona" di nome e di fatto. È, per giunta, una Sforza e il ché non è poco". (Prendendo il volto di Bona fra le mani) Poi m'avevano detto che eri una donna sanguigna e vivace, una vera mediterranea, proprio come desideravo che fosse, una vera dama: il tuo temperamento lo esprimesti già nella tua prima lettera. Ricordo, una volta mi rivolsi a te, un po' per galanteria e un po' per far sfoggio del mio latino, in questo modo: <<Amo, ergo sum!>> Ricordi?

BONA: Si che ricordo, amore mio.

SIGISMONDO Ecco che tu con altrettanta galanteria, ma nello stesso tempo, con una disinvoltura quasi sfacciata, mi rispondesti: <<Io invece posso dire nei Vostri confronti, Maestà, che "Vi amo, ergo sum!">>. <<E' un'osservazione la Vostra, degna d'una regina>>, m'affrettai a replicare. Allora tu, in una tua successiva lettera: <<Devo dire, con un pizzico di disappunto, che la Vostra constatazione e la Vostra affermazione, Maestà, non sono altro che le espressioni, inequivocabili dell'uomo libertino, mentre la mia dichiarazione è più semplicemente quella d'una donna innamorata. Allora, mi dissi: "Come può essere già innamorata di me? Finge naturalmente!" Oggi invece ti dico: "Tesoro, io amo in quanto tu mi ami. E quindi io sento di esistere in quanto amo. E chi altra potrei amare se non te che ami me?"  

BONA: Vedi che differenza tra noi due! Il mio amore per te prescinde da qualsiasi "conditio sine qua non". Io sono come una sorgente che sgorgando, dà origine ad un fiume, mentre tu, così dicendo dimostri d'essere un fiume che non potrebbe esistere se non ci fosse una sorgente a generarlo.

SIGISMONDO: (Allontanandosi da Bona) Quando sei così logorroica, per istinto mi sento quasi avviluppare dallo sdegno. (Riavvicinandosi a Bona) Ma non voglio congedarmi da te, con il tono di chi è incline al sospetto, di chi non sa stare al giuoco, di chi non sa apprezzare gli entusiasmi; pertanto…(l'afferra con forza e la bacia)

BONA: E' bellissimo aver sposato un uomo e non un re.

SIGISMONDO: Ma quanto mi sei costata alle nozze! Un pranzo sontuosissimo con una varietà di portate da far invidia ai banchetti degli dei dell'Olimpo. Una infinità di invitati, sfarzo, doni. Il più ricco banchetto di nozze mai realizzato in Europa. 

BONA: Non puoi dire che io non abbia contribuito a questo matrimonio! Ho portato per te dall'Italia, interi carri di arazzi, preziosi, opere d'arte e denaro. Insomma, oserei dire, una dote da imperatrice più che da regina.

SIGISMONDO: Ecco che esce fuori la tua presunzione, il tuo sfrenato orgoglio barese.

BONA: Semmai milanese! O se preferisci, napoletano.

SIGISMONDO: Dobrze, diciamo italiano.

BONA: Bueno, diciamo mediterraneo.

SIGISMONDO: Ah, già, tu parli anche spagnolo.

BONA: Si, mia madre, la cui famiglia d’origine era di Valencia, poteva non farmi studiare lo spagnolo? E poi ha voluto educarmi un po' come un uomo, capace di governarmi e di governare, in special modo dopo la morte di mio fratello. Lei era ambiziosa di per se e anche per me. Voleva recuperare ad ogni costo il Ducato di Milano. E per ciò tentò di maritarmi a Massimiliano Sforza figlio di Ludovico il Moro, anche se odiava quest'ultimo con tutte le sue forze. Dopo il fallimento poi avrebbe voluto darmi in sposa a Filippo di Savoia. Ricordo tentò perfino con qualche nipote di Papa Leone X, allora che aveva ripreso a circolare fra il popolo una vecchia canzone riferita a mia madre, accompagnata dalla sordellina o dall'arpa, che recitava così: (Canta sorridendo) "Nun me chiammate più Donna Isabella / chiammateme Sabella sventurata / aggio perduto trentasei castella / la Puglia bella e la Basilicata" (3). (Fa una gran risata) In quelle condizioni, praticamente senza dote, credo apparissi poco desiderabile.

SIGISMONDO: Insomma, se tu non avessi sposato me, ne avresti avuti di pretendenti! (Abbraccia Bona affettuosamente) Ma per me è andata bene così. (Si stacca con uno scatto da Bona) Anche se devo dire, sei troppo irrequieta e passionale. Noi polacchi non siamo così effervescenti ed entusiasti come voi italiani. Mi diceva, da ragazzo, il mio maestro Filippo Bonaccorsi - beh, lui voleva essere chiamato Callimaco, o meglo Esperiente! - che noi siamo un popolo più discreto e più paziente. Comunque io ti preferisco così come sei.

BONA: Qualche volta, devo dire, ho la sensazione, che la tua gente mi guardi con diffidenza, come disapprovasse la mia ingerenza nelle questioni pubbliche che, secondo loro, dovrebbero riguardare soltanto te.

SIGISMONDO: E' inevitabile. Tu sei una presenza forte! Ma certamente non dovrai sentirti un'intrusa. Questo mai! Tu sei la mia consorte, la madre dei miei figli, quindi la loro regina legittima e a tutti gli effetti. Forse devi avere ancora pazienza, devi aspettare che anche loro imparino ad amarti.

BONA: E' vero, ma sono dodici anni che ormai siamo sposati.

SIGISMONDO: Io, non ho la tua stessa sensazione. Chissà che non ti sbagli! Domani farò suonare a festa la campana più grande d'Europa, che ho offerto dieci anni fa alla Cattedrale di Wawel, questo per annunciare a tutti che sono felice. Va bene così? E che tutti, al pari di me devono amare la regina!

BONA: Vorrei che questo giorno non passasse mai. Ti amo, anche se troppo raramente ho il piacere di averti tutto per me come oggi. Vorrei che tu fossi uno dei Magi, uno degli antichi sacerdoti Medi che si impegnavano con un voto a dedicarsi per tutta la vita ad una sposa.

SIGISMONDO: In una prossima vita vediamo di incontrarci tra i sudditi invece! Tra i comuni mortali. Ora devo andare, ti lascio, piccola mia. Il dovere mi chiama. (Considera) Oltre ai problemi con l'amministratore delle miniere di salgemma a Wieliczka, Severin Boner, ci voleva anche la "peste asiatica" adesso, a sconvolgere ancora di più l'Europa. Non è bastata la calamità che ha prodotto  Lutero con la sua denuncia di "Paganesimo Morale" alla Chiesa di Roma, sostenuto da Zuinglio e da Calvino.

BONA: Per questo scisma, per la riforma, dobbiamo ringraziare Papa Leone X insieme ai domenicani, che a suo tempo seppero mercanteggiare con le Indulgenze. (Considera) Che vergogna! Vendere le Indulgenze!

SIGISMONDO: Chissà, forse è vero, i Papi non sono infallibili. Ma ora devo lasciarti. (Indossa un mantello)

BONA: A rivederci alla prossima esistenza. Magari, questa prossima volta però, vediamo d'incontrarci tutti e due giovani. E possibilmente dalle mie parti, dove potrai gustare la straordinaria cucina barese o napoletana col famoso torrone barese di Ludovico Lanza, gli "strozzapreti" e la "cazzata". Noi al sud dell'Italia siamo gente godereccia, altro che quei "cacafaggioli" e “magna gatti” dei toscani che piacciono tanto a te!

SIGISMONDO: Lo terrò presente; tanto più che ho già visitato quelle tue parti (4)! Però vedo che quando ti fa comodo dimentichi le tue origini milanesi e ti inorgoglisce passare per barese. (Ride)

BONA: (Borbotta qualcosa)

SIGISMONDO: (Torna indietro) Ah, domani mi racconterai del tuo soggiorno a Vilnus. Dettagliatamente. Ti sei assentata tutti quei giorni senza darmi mai notizie. Lo vedi che anch'io sono geloso!

BONA: (Sorride) Se è per questo, credo tu abbia dormito sonni profondi. Avevo sempre alle calcagna i tuoi fidi Decius e Andreas, da "quelle nostre parti".

SIGISMONDO: Giusto vedrò di farmi relazionare proprio da loro due, Decius e Krzycki (Lancia un bacio a Bona ed esce)

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(1)     Sonetto rinvenuto fra le "Rime" del Bellincioni, stampate in Milano nel 1493.
(2)     L'Imperatore Massimiliano I era sposato con sua zia Bianca Maria Sforza, sorella di suo padre.
(3)     Da "La Canzone Napolitana" di Pietro Elia, edita da Pais a Roma nel 1954.
(4)     Sigismondo I sembra abbia fatto visita, in pellegrinaggio, al Santuario dedicato a San Michele Arcangelo sul Gargano in Italia.

Scena Settima: BILANCIO
Anno 1538, Castello di Niepołomice. Il Vescovo Pietro Gamrat e l'architetto Bartolomeo Berecci sono a colloquio con la Regina Bona nella "Sala Grande".

GAMRAT: (A Bona) Vedete Maestà, se facciamo un bilancio di questi ultimi anni, constatiamo che oggi l'individuo non tende più ad una ricerca ansiosa di Dio all'interno della propria anima e non crede più con cieca obbedienza alla Sua autorità. Oggi l'uomo sta facendo una scelta forse più difficile, una scelta che implica la propria responsabilità davanti a Dio, vedi il messaggio diffuso dalla Compagnia di Gesù. Anche la scienza non è più sapienza tramandata, ma pura indagine della realtà presente. Copernico ne è la testimonianza vivente.

BONA: E la politica, Eccellenza?

GAMRAT: La politica, anch'essa non può essere soltanto l'affermazione di un potere o di una gerarchia, di chi la pratica insomma, ma dovrà esprimere una lotta di forze alla ricerca di una costante stabilità. Come è vero che Dio ha creato tutti gli esseri buoni e il male deriva da un cattivo uso della libertà, anche da parte degli angeli, così è pur vero che la creatività e la sete di conoscenza - non più contemplazione della creazione - sono la ricerca inquieta, la curiosità, la scoperta del nuovo, che poi in fondo non sono altro che l'attrazione per il reale. Cristoforo Colombo insegna.

BERECCI: (Interviene) E già, basta col manierismo! Col manierismo di Raffaello e di Leonardo! Questo appartiene al passato. I manieristi hanno saputo imitare soltanto l'arte. E' la natura che bisogna saper imitare invece. E' il reale che bisogna rappresentare, vedi oggi Michelangelo e Tiziano, anche se si deve ricorrere a qualche motivo pagano. Scusate l'interferenza, ma credo sia in linea col discorso.

BONA: (A Berecci) Perdonatemi, Maestro Berecci, ma io non è che sia tanto d'accordo con le vostre osservazioni sulla visione del manierismo. O meglio non sarei così categorico nel definire certi pittori, manieristi.

GAMRAT: (A Berecci) E' vero quanto asserisce Sua Maestà. Infatti stando alle vostre affermazioni, allora anche Bramante sarebbe un artista di maniera.

BONA: (A Gamrat) Scusate se vi interrompo, ma veniamo al motivo per cui vi ho convocato qui a Niepołomice, Eccellenza.

BERECCI: Allora sarà bene che io tolga il disturbo. (Rivolto a Bona) Maestà! Oggi non ho grossi impegni per cui vado a controllare i cavalli e che sia tutto in ordine per la vostra battuta di caccia nella riserva. (Rivolto a Gamrat) Eccellenza! (Fa un inchino ed esce)

GAMRAT: Come il Cristo, Maestà, dovreste ascoltarlo per conoscere e conoscerlo per poterlo amare.
BONA: Ascoltare il Cristo dalla bocca di voi preti?

GAMRAT: Anche! Anche se, per parlarmi così, evidentemente conserverete la memoria d'un prete come Savonarola che nella vostra Italia non ci ha fatto onore davvero.

BONA: Invece Gerolamo Savonarola, come credo anche Celestino V abbia fatto 200 anni prima di lui, ha mosso la sua protesta da una grande fede e da una grande tristezza nel vedere le condizioni in cui era caduta la Chiesa. La comune ansia di rinnovamento della Chiesa è stata quella di due anime inquiete, che cercavano la pace in Cristo, di due cuori entrambi profondamente innamorati di Dio. Nella sua "Oratio pro Ecclesia", Savonarola, rivolto a Cristo disse: "Deh, mira con pietate in che procella si trova la tua Sposa e quanto sangue, oimé tra noi s'aspetta, se la Tua man pietosa, che di perdonar sempre si diletta, non la riduce a quella pace, che fu quand'era poverella…"

GAMRAT: E' diabolico che voi abbiate portato a mente certe affermazioni. Ma cosa avete quest'oggi, Maestà Serenissima?

BONA: Sono stata allieva di Monsignor Della Casa, io!

GAMRAT: O di Pietro l’Aretino! ... Allora, ditemi, qual’è il motivo per cui mi avete convocato qui a Niepołomice?

BONA: Non lo ricordo più. So soltanto che ora ho bisogno di restar sola, ... (Fa il gesto di congedarsi) Eminenza!

GAMRAT: Capisco! (Saluta) Regina Serenissima! (Ed esce)

Scena Ottava: CALUNNIE
Varsavia 1555. Bona è nella sua residenza, il Castello di Ujazdów, col suo cortigiano Camillo Brancaccio.

BONA: Devo parlarvi dei due segretari Monti e Puccini, ma prima mandate a dire al mio agente, alla Corte Cesarea di Bruxselles, di aver cura della "valitudine" del Magnifico Giovanni Lorenzo Pappacoda, da qualche tempo ammalato laggiù. Che la malinconia non si aggiunga alla sua infermità! Poveruomo, sbattuto qua e là come mio "Orator"; prima a Bruxelles presso Carlo V e poi a Londra. A Londra, da Filippo d'Asburgo e sua moglie, la mia cara amica Margherita Tudor.
CAMILLO: "Bloody Mary", così la chiamano la vostra cara amica, "Maria la Sanguinaria". Peraltro degna figlia di suo padre Enrico VIII.

BONA: E allora, con ciò?

CAMILLO: Niente, Maestà! Ho saputo che il Cielo ha voluto ricompensare la vostra cara amica per le sue crudeltà. Invece d'un figlio, ella ultimamente ha partorito un tumore maligno.

BONA: Voi, Messer Camillo Brancaccio, siete il mio cortigiano e il mio buffone, oppure il mio persecutore? Volgare impudente che non siete altro!

CAMILLO: Perdonatemi Maestà, siete sempre così tollerante e paziente con me, con tutte le mie dabbenaggini.
BONA: E' vero, troppo tollerante e paziente! Chissà, forse perché poi voi al momento opportuno, sapete fornirmi tanti "avvisi" in anteprima. Voi venite sempre a conoscenza dei particolari di tutto e di tutti, prima ancora che se ne abbia notizia. Ficcanaso, intrigante come siete! Oh, non temete, ammiro il vostro spirito e mi diverte la vostra sottile ironia. Ricordo ancora quando mi informaste che Carlo V, prossimo a recarsi a Roma, venti anni fa, avrebbe trovato una sorpresa di Papa Paolo III ad attenderlo; ossia un arco trionfale provvisorio, fatto erigere, solo per l'occasione, appunto dal Papa, ad opera di Antonio da Sangallo. Come facevate voi a saperlo in anticipo se doveva essere una sorpresa? Eppure voi lo sapevate! Ma quello che mi fece effetto, allora, fu il vostro arguto commento in proposito. (Ride) Vedete, mi vien ancora da ridere a rievocarlo! "La Chiesa fa miracoli!"

CAMILLO: Ma io ricordo anche che voi avete controbattuto: "La Chiesa, fa sortilegi!"

BONA: Mi auguro non direte certe battute in presenza del Primate; il Primate non ha il vostro spirito! ... Ma torniamo a noi. Vi do un altro ordine: tenete d'occhio e fate tenere d'occhio anche da Pompeo Lanza, quel calunniatore di Giovanni Alfonso Castaldo. Costui è un "vano cervello, un essere impraticabile, tutta malvagità e maldicenza". Nessuno, di tutti i seimila cittadini di Varsavia, è come lui. Pensate s'è permesso di parlar male anche di mia figlia Isabella, oggi Regina D'Ungheria, amata e stimata. E magari sarebbe anche capace di calunniare il Serenissimo Re, mio figlio.

CAMILLO: Perché non lo azzittite separando la sua gola con la sua lingua, dai suoi polmoni?

BONA: Lo punirò a dovere, lo caccerò dalla Corte, non temete! Anche se è un napoletano "verace" come voi. (Ride) A voi napoletani è la lingua che vi "fotte", non è vero? Anche mia madre per la sua lingua spesso ha passato dei brutti momenti. Adesso, mio adorato, fedelissimo Camillo, prendete carta e penna e scrivete. Sedete lì. (Indica uno scrittoio)

CAMILLO: (Siede, prende carta e penna)

BONA: (Dètta) "Bona, Dei Gratia Regina Vidua Poloniae, Magna Dux Lithuaniae, Barique Priceps Rossani, Russiae, Prussiae, Masoviae, etc. etc., domina!" ...

CAMILLO: (Scrive sotto dettatura)

Scena Decima: EPILOGO

Castello Svevo di Bari, 19 novembre dell'anno 1557. È notte fonda, Bona giace apparentemente esanime nel suo letto dopo essere stata avvelenata da Pappacoda. Tutti, a Corte, sanno ormai del suo decesso, dal momento che i medici hanno rilasciato un ampio ed esauriente referto di morte. Soltanto una sua fedelissima ancella è lì, accanto a lei, a vigilare il suo corpo e a piangerla. Ma ecco che ad un certo momento ...


BONA: (Si risveglia improvvisamente. Urla, lasciando esterrefatta la donna presente) Che siate tutti maledetti! Sono consapevole dei vostri intrighi, Non crediate! E ricordo ogni cosa! So d’essere circondata solo da nemici, da iene e da avvoltoi, quali voi siete! Ieri l’altro, credendomi moribonda, vi siete subito premurati di farmi firmare un testamento falsificato. In apparenza mi davate ad intendere che stavo firmando un documento che nominava mio figlio erede universale, invece nella realtà stavo cedendo i possedimenti di Bari e Rossano a Filippo II. Lo so! Tutti complici, volevate derubarmi d’ogni mio avere! In particolare tu, mio fido Pappacoda, infido serpe, credevi d'avermi ucciso col tuo veleno! Invece eccomi qua viva più che mai e certamente non deceduta per "Terzana Doppia Maligna" come hanno ipocritamente dichiarato i tuoi medici. Eccomi pronta a maledirti con tutte le mie forze. Prevedendo quello che tu stavi tramando e che poi sarebbe accaduto, io avevo assunto una potente dose dello "Stercum Diaboli", una miracolosa pozione contro il veleno di una nota "Spetiaria" di Roma fattami pervenire appositamente qui a Bari. Magnifico Gian Lorenzo Pappacoda, finalmente posso ripagarti! L'inganno della mia morte contro l'inganno di tutta la tua vita con me! (Estrae un foglio da sotto il cuscino) Ecco il testamento, già redatto, a favore di mio figlio, quello che ti farà dannare l'anima per l'eternità. (Rivolta all’ancella) Dammi qualcosa per firmare. Su, presto!

ANCELLA: (Porge una penna)

BONA: (Firma e affida il foglio alla donna) Consegna segretamente questo scritto al mio fidatissimo notaio che tu sai. Corri, non c’è tempo da perdere!

ANCELLA (Esce)

BONA: (Recupera un libro nascosto fra le coperte e legge tra sé e sé) "Torbido fiume Sinni, del mio mal superbo/or ch'io sento da presso il fine amaro,/fa tu noto il mio duol al padre caro,/se mai qui 'l torna il suo destin crudele./Dilli ch'io, morendo, abbandono/l'aspra fortuna e lo mio fato avaro/e, con esempio miserando e raro/nome infelice a le tue onde serbo./Tosto ch'ei giunga alla sassosa riva/-a che pensar m'adduci, o fera stella,/come d'ogni mio ben son spoglia e priva!-/muovi l'onda con crudel procella/ e dì: "M'accrebber sì mentre fu viva,/non gli occhi no, ma i fiumi d'Isabella". (Legge anche la firma della poetessa) Isabella Morra (Chiude il libro. S'addormenta).
 




0.143 - 12.1.15

SKETCHS E GAGES: TESTO TEATRALE, RAPPRESENTAZIONI, WORK-IN-PROGRESS



"SKETCHS E GAGUES" sono una serie di Atti Unici Teatrali, scritti da Alberto Macchi, in lingua italiana, tra il 2000 e il 2010, in Italia e in Polonia. E' una raccolta di testi, tutti inediti, che comprende: "Clorinda", "Gatto", "Guido sei e Guitto rimani", "Mestiere di osso", "Macchi è?", Monologhi per Cabaret".

RRECENSIONI, ARTICOLI: STAMPA, INTERNET, RADIO, TV



Scena Unica: GIOCO IN CASA

Una pedana con sopra una sedia alta da banco del bar. Tre coppie di fari per illuminare la scena, di cui una coppia centrale con una luce bianca e una azzurra e due di traverso, entrambe costituite da una luce bianca e da una luce beige.

UNA VOCALIST: (Entra in scena) Avete mai provato ad avviare un nuovo spazio per spettacoli serali di intrattenimento, prendendovi anche l’impegno di offrire ai convenuti, bevande e tartine? ... Noooo!???
Ebbene, se siete degli artisti, non fatelo! Vi potrebbero crollare le pareti del locale addosso. Quando, infatti, m'e’ stata offerta questa opportunità, ricordo, le quattro pareti erano su ed io mi dissi: “Adesso, con uno spazio così, tutto mio, farò vedere a me stesso e agli altri, quello che so fare; tutto quello che gli altri non hanno mai visto di me.
Oh, che avete capito? Non intendo dire ne il culo e neanche le tette!
Combattere con un pubblico estraneo, con gli amici, con gli artisti, con i tecnici, con i collaboratori, credete sia un’impresa da niente?
C’e’ sempre chi la vuole cruda e chi la vuole cotta!
Che cosa?
Non lo so. Si dice cosi’!
Ora guardate voi, per esempio.
Se dico: “Adesso vi recito qualcosa”. Ci sarà sempre qualcuno che dirà: “Che palle!”
Se dico: “Adesso vi canto qualcosa”.
Ci sarà allora qualcun’altro che dirà: “Ancora?!”
Se dico: “Adesso vi faccio vedere qualcosa”.
Ecco che spunta quello che dirà “Speriamo che stavolta ce la farai vedere per bene; che ti spogli tutta insomma. Senza veli!
Capite?
Tutto questo può avvenire in sala durante lo spettacolo.
Ma considerate che cosa può, essere già, accaduto, dietro le quinte o durante le prove, prima dello spettacolo!
Il tecnico delle luci e della fonica che ti dice in romanaccio: “Stasera che ce fai vede?’
E poi un collaboratore napoletano, rincarando la dose, aggiunge: “Starera vogghiu toccari cum mani!”
“Toccare che cosa?”, dico io.
E lui: “Beh, qiddu chi ci fai vede’!”
E cosi’ a continuare. ..

Mai nessuno che ti dica: “Sei straordinaria quando canti ‘The men I love’ e tutto il repertorio di Ella Fitzgerald. (Parte la musica) Perché non ce lo riproponi stasera?” (Canta l’intero programma della serata).


0.007 - 15.1.15


BIGLIETTO DELLA LOTTERIA: TESTO TEATRALE, RAPPRESENTAZIONI, WORK-IN-PROGRESS




"BIGLIETTO DELLA LOTTERIA" è un Atto Unico Teatrale, di Alberto Macchi; un dialogo tra polacchi e italiani, per cui in lingua italiana e in lingua polacca, scritto a Cracovia nel 1966. Inedito.


Anno 1996
- Alberto Macchi, trasferitosi a vivere, in primavera, da Roma a Tarnow in Polonia, per rendere comprensibile sia agli italiani che ai polacchi un suo spettacolo che sta scrivendo, pensa di adottare una formula rivoluzionaria così imposta il testo in modo che ciò sia possibile. E ci riesce!
Anno 2003
- Il primo tentativo di metterlo in scena è al Teatro Parrocchiale della Chiesa del Sacro Cuore di Cracovia, dove è in atto il Laboratorio Teatrale Permanente "Teatrostuka" diretto da Alberto Macchi, frequentato dagli studenti delle Università Jagellonica e Ignazianum.
Anno 2015
- Con la traduzione in polacco di alcune parti del testo, da parte di Lucia Pascale  inizino, in maggio, presso i Teatro Galeria Freta a Varsavia, le prove dello spettacolo. Nel cast: Lucia Pascale, Remek Smiechowski, Karolina Kamińska, Stefano Amoruso.




 

POESIE RECITAL: TESTI TEATRALIZZATI, RAPPRESENTAZIONI, WORK-IN-PROGRESS




"POESIE RECITAL" sono una serie di versi, diari e pensieri, di Alberto Macchi, in lingua italiana, francese, inglese e polacca, scritti tra il 1955 e il 2005, in Italia e nel mondo. E' una raccolta di poesie e prose, principalmente tutte inedite, che spazia dai temi sociali, a quelli spirituali, dall'arte alla natura, dalla mente al cuore.


Testo del 2007




0.007 - 15.1.15

ATTI UNICI TEATRALI: TESTI TEATRALI, RAPPRESENTAZIONI, WORK-IN-PROGRESS




"ATTI UNICI TEATRALI" sono una serie di Atti Unici Teatrali, scritti da Alberto Macchi, in lingua italiana, tra il 1980 e il 2010, in Italia e in Polonia. E' una raccolta di testi, tutti inediti, che comprende: "Edgard Allan Poe", "Guy De Maupassant", "Franz Kafka", "Nikolaj Vasil'evič Gogol", "Charlotte Christine Sophia Braunschweig Wolfenbuttel", "Clemens von Galem", "Francesco I De' Medici", "Gasparo del Bufalo", "Narciso: Nie Dobrzy", "Provagenerale", "Stasera che serata", "Tre Morti", "Stella C".



0.024 - 15.1.15