lunedì 25 aprile 2011

DOMENICO COMELLI: TESTO TEATRALE, RAPPRESENTAZIONI, WORK-IN-PROGRESS



"DOMENICO COMELLI", Monologo Teatrale in lingua italiana, scritto da Alberto Macchi a Varsavia nel 2011. Inedito.

DALL'IDEA, AL TESTO, ALLE RAPPRESENTAZIONI:

Anno 2011
- Lettura drammatizzata del testo teatrale "Domenico Comelli", al Teatro "Marconi" di Varsavia, con gli allievi del Laboratorio Permanente Europeo.

RECENSIONI, ARTICOLI: STAMPA, INTERNET, RADIO, TELEVISIONE:

DOMENICO COMELLI (o GOMELLI) (Gorizia 1737* – Varsavia 1804). Conte. La sua nobile famiglia appartiene all’Ordine dei «Cavalieri Romani», un Ordine Cavalleresco che trae origine dai Ceteri o Equites guardie del Corpo di Romolo. Vi fecero parte i Gracchi e Ovidio. Figlio del Conte Carlo De Comelli - che si fregia dell’appellativo di “von Stuckenfeld”, riconoscimento acquisito da un suo antenato del XVII secolo per le valorose azioni contro i Turchi durante l’assedio di Vienna - ha 31 fratelli, di cui Antonio, letterato e Zanetto, soldato, morto alla battaglia di Praga. Suo padre infatti, uomo dal vissuto molto movimentato, ha avuto, da due mogli, ben 32 figli. Profondamente innamorato della Polonia, ancora giovane, decide di trasferirsi a Varsavia. Frequenta la Corte Reale e presto assume il titolo di Ciambellano di Stanislao Augusto Re di Polonia. Successivamente viene nominato Cavaliere di Malta. Aderendo al desiderio del re, nel 1791, alla matura età di 54 anni, sposa a Varsavia la non più giovane dama Marianna Merlini (Varsavia 1765 – Varsavia 1794), di 26 anni, figlia del Primo Architetto di Corte Domenico Merlini e di Marianna Somberger. Il re, particolarmente favorevole a questo matrimonio, lo onorerà con grandi prove d’affetto per tutto il resto della vita e, nel giorno delle nozze, per dimostrare la sua approvazione, offre il braccio alla sposa per condurla alla sala del banchetto dove, fra tanti altri illustri personaggi, sono presenti il Principe Giuseppe Poniatowski e il Conte De Normandes Ambasciatore di Spagna. Marianna Merlini Comelli s’afferma come cantante lirica, col soprannome di Nina o Manon e ha un rapporto epistolare con Domenico Bruni; in una delle sue lettere parla del Maestro Domenico Cimarosa che è appena giunto a Varsavia con tutta la sua famiglia. Nel settembre del 1792 il Conte Domenico Comelli accoglie a Varsavia con straordinari festeggiamenti, Ludwig Buchholtz nuovo rappresentante diplomatico della Prussia. Subito dopo, dovendo occuparsi, fra le altre cose, di alcuni affari di famiglia, si reca in Italia e porta con se la sua sposa. Quando nel 1793 ritorna a Varsavia trova la città totalmente occupata dai Russi. Tre anni dopo le nozze, nel 1794, muore a Varsavia la sua sposa appena ventinovenne. Comelli non ha mai perso i contatti con la sua città natale in Italia tanto che i suoi parenti sono costantemente informati circa la situazione drammatica che si sta creando in Polonia. Nel 1795 denuncia al Tribunale di Ajello Carlo Sassini farmacista di Sapagliano e l’anno successivo al Tribunale di Gradisca viene invece denunciato dall’Ufficio Fiscale di Gorizia Geminiano De Comelli per debiti nei confronti del Monte di Pietà. Domenico Comelli muore a Varsavia a sessantasette anni. Dopo la sua morte vengono pubblicate alcune sue lettere riguardanti i fatti di Polonia dal 1792 al 1793, nonché l’Albero Genealogico dei suoi nobili antenati, tra cui spicca un altro Domenico Comelli (Bologna 1599 – Bologna 1663), Avvocato dei Poveri e Consultore del Sant’Uffizio, fondatore di un Collegio per giovani studenti in Bologna, importante esponente di quel ramo della famiglia Comelli originaria di Castel San Pietro in provincia di Bologna. Nel 1663 questi viene ricordato perché il noto scrittore Giovanni Girolamo Miniati, in occasione della morte, gli ha dedicato una preziosa opera dal titolo “Descrizione de’ Funerali di Domenico Comelli”. Don Pietro Comelli, invece, un successivo esponente della famiglia Comelli del ramo friulano, sarà ricordato per aver inviato nel 1839 al giornale la “Favilla” di Trieste, di nascosto di Caterina Percoto, l’opera letteraria “Commento alla traduzione del poeta Andrea Maffei di alcuni brani della Messiade del drammaturgo Friedrich Gottlieb Klopstock”, ovvero il primo scritto di questa futura nota scrittrice; in seguito a questo fatto Caterina inizierà un rapporto duraturo con l'Editore Francesco Dall'Ongaro, da subito suo mentore. Il Ciambellano del Re di Polonia Domenico Comelli è considerato oggi “un'ombra tragica, invocante invano all'Europa un atto di energia e di volontà, che possa salvare la Polonia dalla morte”, oltre che un illustre testimone della seconda spartizione della Polonia. (Articolo di Alberto Macchi e Angela Sołtys, "Gazzetta Italia", Varsavia Maggio 2011)

* La scuola dei cadetti di Šklov si era fatta un certo nome e vi arrivavano allievi da tutte le parti. Domenico Comelli, un friulano di Aiello, ciambellano dell’ultimo re di Polonia Stanislao Augusto Poniatowski (1732-1798), che aveva sposato la figlia dell’architetto reale Domenico Merlini (1730-1797), vi portò nel 1790 i due fratelli minori della moglie. Era proprio l’anno in cui a Šklov si era trovato anche Zuccato. Scrive il Comelli in una lettera del 22 maggio 1793: "Tre anni fa adesso, che io proteggeva e spedii due fratelli minori della mia Nina nell’Accademia di Sklowia fondata da S.E. il generale conte Zoris, fu favorito per due anni soli dall’imperatrice di Russia e culbutato per gli intrighi e gran cabale del defunto principe Potemkin Taurico… Questo è il zio della sposa del sig. Conte Zucatto nipote del sig. consigliere Morelli di Gorizia… La Nina [la moglie di Comelli] avrà il piacere di presentarsi a S.M. il Re e di là [da Belostok] proseguirà il suo viaggio [per San Pietroburgo], il cui motivo è in primo luogo di stabilirvi il suo fratello 46 Мемуары графини Головиной. Mosca 2000, p. 55-56. 47 Apprendiamo, da fonte tuttavia incerta, il nome della moglie di Zuccato: Aleksandra Petrovna Vojnova. ... primogenito… ed anche per rivedere i suoi due fratelli avanti che sortano dall’accademia per andar a S.Pietroburgo…48. La moglie di Comelli, che egli chiamava Nina, ma che il cui nome in realtà era Marianna, faceva la cantante. Sarebbe morta in circostanze poco chiare il 12 agosto 1794, a soli 29 anni, durante l’insurrezione di Varsavia, 49 mentre Comelli era già rientrato in Italia. Prima di sposare il ciambellano friulano, Marianna Merlini (detta anche Manon) era stata una delle favorite del re e anche dopo il matrimonio aveva avuto degli amanti, tra cui, probabilmente, il conte Jakov Efimovič Sievers (1731-1808), rappresentante straordinario di Caterina la Grande nella capitale polacca.50 Lo storico Kazimierz Waliszewski (1848-1935), sulla base di una lettera di Sievers, che tanta parte aveva avuto nelle spartizioni della Polonia, ne descrive «la commovente tenerezza e le lacrime di coccodrillo che versava quando cantava la Camelli, un’avventuriera, ex favorita del re che dava un concerto in onore di Sievers in casa del nunzio»,51 monsignor Ferdinando Maria Saluzzo (1744-1816). Il fratello primogenito della Merlini, che si chiamava Francesco, sarebbe entrato nell’esercito russo come primo maggiore.52 Uno dei fratelli minori, Stanislao (Stanislav Dem’janovič, 1775-1833), divenne tenente generale russo. A Pietroburgo, attorno agli anni Trenta dell’Ottocento, un certo capitan Merlini era diventato la favola della città. Frequentava assiduamente i pranzi della nobiltà pietroburghese senza esservi invitato per poi sdebitarsi una volta l’anno invitando tutti in una sua piccola casetta di legno sulla Fontanka. Aveva una carrozza e una quadriglia di cavalli pronta dal mattino presto fino a tarda sera a condurre la sua persona per tutta Pietroburgo secondo un piano ben preordinato: dove e da chi far colazione, pranzare e cenare». «Donde venisse, dove avesse servito, se fosse veramente un capitano e si chiamasse realmente Merlini, non lo sapeva nessuno e nessuno se ne preoccupava; il suo passato rimase sempre avvolto in un impenetrabile mistero...» Probabilmente, era il terzo dei fratelli. [...] A Praga trovò la morte un fratello del summenzionato Comelli di Aiello del Friuli, di nome Zanetto, che aveva combattuto dalla parte degli insorti.
48 Alessandro Morpurgo, Lettere inedite del Conte Domenico Comelli Ciambellano del re Stanislao Poniatowski circa ai fatti di Polonia dal 1792 al 1793, in “Archeografo triestino. Raccolta di memorie, notizie e documenti particolarmente per servire alla storia di Trieste, del Friuli e dell'Istria”, vol. XVI, 1890, pp. 249-250. 49 Krzysztof Zaboklicki, Il conte friulano Domenico Comelli, ciambellano di Stanislao Augusto e testimone della seconda spartizione della Polonia, Varsavia-Roma 1996, pp. 7, 9.
50 Ib., p. 4-7.
51 Валишевский Казимир. Вокруг трона. Mosca 2004, p. 27.
52 Zaboklicki, cit., p. 7.
(Mario Corti, Giorgio Giovanni Zuccato, Collana Sism n. 6, 2013)


Ritratto Domenico Comelli (particolare): acquarello del 1788 ca, di Giovan Battista Lampi il Vecchio (Romeno 31/12/1751 – Vienna 11/2/1830).


Il volto di Stanislao Augusto in questo ritatto ad olio su tela del 1789 ca, sempre di Giovan Battista Lampi il Vecchio, è molto simile al volto di Domenico Comelli nell'acquarello dello stesso pittore del 1788 ca. (Dott. ssa Angela Sołtys).

BIBLIOGRAFIA:

Krzysztof Żaboklicki, Il conte friulano Domenico Comelli, ciambellano di Stanislao Augusto e testimone della seconda spartizione della Polonia: Conferenze, Accademia Polacca delle Scienze, Biblioteca e Centro di Studi a Roma, Roma 1996.
Krzysztof Żaboklicki, Il Conte friulano Domenico Comelli, Ciambellano di Stanislao Augusto e testimone della seconda spartizione della Polonia, Upowszechnianie Nauki-Oswiata, Varsavia Roma 1996.
Alessandro Morpurgo, Lettere inedite del Conte Domenico Comelli, Ciambellano del re Stanislao Poniatowski, circa ai fatti di Polonia dal 1792 al 1793, Stabilimento Artistico Tipografico G. Caprin, Trieste 1890, pp. 231-258.
Pellegrino Antonio Orlandi, Notizie degli scrittori bolognesi e dell' opere loro stampate e manoscritte, Costantino Pisarri, Bologna 1714.
Antonio Di Paolo Masini, Bologna perlustrata, Bologna 1666, vol. 1.
Rassegna storica del risorgimento, Regio Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, 1927, vol. 14
Sot la nape, Societât Filologjch Furlane, 1985, vol.37.
Archivio Segreto Vaticano: miscellanea di testi, saggi e ...
: , 2006, vol. 1.
Halina Kamińska-Krassowska, Waleria Tarnowska, Wincenty Lesseur, Miniatury Wincentego Lesseura i Walerii Tarnowskiej z dawnej ..., 1994.
Domenico Rossetti, Deputazione di storia patria per le Venezie. Sezione di Trieste, Società di Minerva, Trieste 1890.
Alberto Macchi e Angela Sołtys, Domenico Merlini [in:] "Gazzetta Italia", Varsavia Gennaio 2011.
Egidio Gorra, Francesco Novati, Giulio Bertoni, Don Pietro Comelli [in:] Giornale storico della letteratura italiana, vol. 162, 1985
Emporium, Istituto italiano d'arti grafiche, Bergamo 1916, vol. 44
Ugo Cova, Fonti giudiziarie e militari austriache per la storia della Venezia Giulia, Ministero per i Beni Culturali e Ambientali, Roma 1989.
Istituto fascista di cultura di Torino, Guinta centrale per gli studi storici, Istituto per gli studi di politica internazionale [in:] “Rivista Storica Italiana”, vol. 7, Fratelli Bocca, Milano 1890.


LINK COLLEGATI:

http://albertomacchi.blogspot.com/
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Alberto Macchi (regista)

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Sono un appassionato di ricerche sul "Grand Tour e sulle Accademie dell'Arcadia e di San Luca nel XVIII secolo". Vivo in Italia ed in Polonia dove, di tanto in tanto, AMO VIAGGIARE NELLO SPAZIO E NEL TEMPO. Chiunque, residente in uno di questi due paesi, nutra la mia stessa passione, può contattami per un incontro in cui condividere e scambiarsi esperienze, foto, opere, documentazioni raccolte a tutt'oggi e magari per concordare un'eventuale escursione, tra realtà e immaginazione, da fare insieme successivamente.


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mercoledì 6 aprile 2011

BONA SFORZA: TESTO TEATRALE, RAPPRESENTAZIONI, WORK-IN-PROGRESS



"BONA SFORZA" è un Atto Unico Teatrale, scritto da Alberto Macchi, in lingua italiana, nel 1999 a Tarnów in Polonia, inedito.

Bona Sforza, dai modi garbati, che crebbe con l’affettuoso sostegno di sua madre all’insegna dell’amore cristiano, e che fu educata dal raffinato Mons. Della Casa, (il quale scrisse - dietro consiglio di un delicato familiare del gentile Vescovo Galateo Ghiberti – il “Galateo”, un trattato di buon comportamento), visse in un mondo squisito di artisti, come il leggiadro scultore e orefice Lorenzo Ghiberti, l’aggraziato pittore e decoratore Pietro Vannucci e la discreta poetessa Isabella Morra. Stranamente però Bona Sforza si fidò e fu amica sincera soltanto dello scurrile poeta Pietro L'Aretino. (Considerazione dell'autore, Roma 2007)

DALL'IDEA, AL TESTO, ALLE RAPPRESENTAZIONI:

Anno 1996-
Fin dall'approdo, a Tarnów in Polonia, di Alberto Macchi drammaturgo e regista teatrale di Roma, scaturisce in lui l'idea di ricercare intorno alla figura di Bona Sforza Regina di Polonia, allo scopo di tradurre in forma drammaturgica, in una fase successiva, il risultato di tali ricerche e di quelle da fare ancora in giro per l'Europa.
Anno 1997
- Ricerche intorno a Re Sigismondo il Vecchio e intorno a Bona Sforza, sua sposa, presso Biblioteche e Archivi in Polonia. Visita dei siti e dei monumenti che si riferiscono alla famiglia reale. Raccolta di documenti e foto.
Anno 1998
- Ricerche intorno alla Famiglia Sforza presso Biblioteche e Archivi in Italia. Visita di siti e monumenti che si riferiscono in paricolare a Bona che nacque e morì in Italia. Raccolta di documenti e foto.
Anno 1999
- Ricerche intorno a Bona Sforza presso Biblioteche e Archivi in Europa. Visita di siti e monumenti che si riferiscono alla sua vita. Raccolta di documenti, foto e materiale vario.
- Stesura del testo teatrale dal titolo "Bona Sforza" pressoché definitivo, testo apprezzato dai Professori Piotr Salwa dell'Università di Varsavia e Stanisław Budzik direttore del Seminario Diocesiano di Tarnów.
Anno 2000
- Continuate le ricerche in Polonia e Italia. Aggiornato il testo teatrale, corredato di un'ampia bibliografia e di note.
Anno 2001
- Continuate le ricerche in Polonia. Aggiornato il testo teatrale, corredato di un'ampia bibliografia e di note.
Anno 2002
- Continuate le ricerche in Italia in particolar modo in Lombardia, in Campania e in Puglia. Aggiornato il testo teatrale, corredato di un'ampia bibliografia e di note.
Ann 2008
- Continuate le ricerche in Polonia. Aggiornato il testo teatrale, corredato di un'ampia bibliografia e di note.
Anno 2009
- Ultimato il testo assolutamente definitivo a Varsavia, con il titolo "La Donna Bona". Consegnata una copia del testo a Monika Werner di Varsavia studiosa di Bona Sforza.

Testo definitivo
Anno 2010
- Lettura drammatizzata, a cura dell'autore, al Teatro "Enrico Marconi" di Varsavia durante il Laboratorio Teatrale.
Anno 2011
- Lettura Drammatizzata a cura dell'autore nella Sala Conferenze dell'Associazione "Italiani in Polonia".
- Pubblicata su "Gazzetta Italia" di Varsavia una parte del testo teatrale, sia in lingua polacca che in lingua italiana.


"Bona Sforza", Incisione del XIX secolo


"Galateo", Educatore di Bona Sforza. Incisione del XIX secolo


Articolo "Gazzetta Italia" 11/2011, di Alberto Macchi e Angela Sołtys

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ARTICOLO RELATIVO AL MAR MEDITERRANEO
(Alberto Macchi, Varsavia 2011)

DALLA POLONIA: SIGISMONDO I IL VECCHIO E BONA SFORZA

Nel XVI secolo il Re di Polonia Sigismondo I Jagellone il Vecchio, rimasto vedovo, deciso a sposarsi una seconda volta, ha rivolto lo sguardo verso il Mediterraneo, come moltissimi altri personaggi della storia da ogni parte del mondo hanno fatto prima e dopo di lui. Egli, infatti, ha preso in sposa una donna che il Mediterraneo lo rappresentasse per intero: Bona Sforza, nata a Vigevano nella Pianura Padana, cresciuta a Napoli sul Tirreno e a Bari sull’Adriatico, figlia di un milanese e di una napoletana di origini spagnole.
Questo Mare Nostrum degli antichi romani lo attrasse anche quando, in veste di pellegrino, visitò il Santuario di San Michele sul Gargano nelle Puglie.
Allora quale mezzo migliore per parlare di Sigismondo I e di Bona Sforza se non attraverso un passo di un opera drammaturgica che, anche se con molta immaginazione, tenta di individuare le loro personalità?
Ecco quindi, qui di seguito, tre scene del mio testo teatrale inedito, dal titolo “Bona Sforza” scritto in Italia e in Polonia, tra gli anni 1996 e 2007, frutto di ricerche negli archivi e nelle biblioteche di mezza Europa.

Scena Terza: INTIMITA'
Cracovia 1530. Una stanza privata del Castello di Wawel. Re Sigismondo è con la sua sposa, la Regina Bona.

SIGISMONDO: Ti trovo bellissima, mia dolce sposa.

BONA: E' meraviglioso che oggi tu sia così in vena di complimenti, mio re.

SIGISMONDO: Un re è anche un uomo, a tutti gli effetti. E poi oggi, al diavolo le faccende di Stato, voglio dedicarmi alla mia amata. (L'abbraccia)

BONA: E magari ai ricordi! (Pausa) Devo confessarti che sono sempre gelosa. Quando ti vedo distratto, assente, allora penso che tu stia con lei, Barbara, tanto più bella di me. E poi così giovane, scomparsa prematuramente, ma vissuta sufficientemente per lasciarti tua figlia Jadviga.

SIGISMONDO: Bona, ora sei sciocca! Che vai a pensare? Barbara l'ho persa appena sei mesi dopo il matrimonio. Oggi per me lei è ormai morta e sepolta! Costituisce soltanto un vago ricordo, quello per una persona cara che di certo non va ad interferire nell'amore che nutro per te. Gelosia, maledetta gelosia italiana …!

BONA: Era tanto gelosa mia madre, che sua figlia di certo non poteva essere da meno! Ascolta questa vecchia poesia italiana di parecchi anni fa, quando io non ero ancora nata: "Ho mille volte ringraziato amore,/ ma più quel santo giorno benedetto,/ che fu dal Ciel a questo fine eletto/ ch'io viva e mora sol col mio signore.// Se gelosia di lui sempre ho nel cuore,/ questo è chè l'amo d'un amor perfetto;/ né sol col senso mira il mio intelletto,/ anzi ardo dentro al cuor del nostro onore.// Or questa è l'amorosa mia ferita,/ e temo sol d'ogni ombra, perché io l'amo,/ e sempre sono a lui col cuore unita.// Come presto un bel fior casca dal ramo,/ così vegg'io cascar la nostra vita,/ e però il Ciel al nostro amor sol chiamo (1).

SIGISMONDO: Ho capito. Vuoi dirmi che anche tu, come nei versi, “temi sol d’ogni ombra” e “veggi cascar la nostra vita”!

BONA: Va bene, cambiamo discorso. Dimmi però come hai vissuto la mia proposta di matrimonio! E' un chiodo fisso che ho nella testa da sempre. Potevi sposare Anna di Masovia, perché hai preferito me?

SIGISMONDO: "Perché non un'italiana questa volta?" Mi son detto. "Anche come affare di Stato va bene. L'Imperatore Massimiliano è suo zio (2). E poi è stato egli stesso a propormela. Inoltre questa è bionda mentre l'altra era rossa. E chissà che in futuro, non ne avrò ancora, una mora e magari anche una castana!  (Ride e continua) Bona lo dice il nome, sarà "bona" di nome e di fatto. È, per giunta, una Sforza e il ché non è poco". (Prendendo il volto di Bona fra le mani) Poi m'avevano detto che eri una donna sanguigna e vivace, una vera mediterranea, proprio come desideravo che fosse, una vera dama: il tuo temperamento lo esprimesti già nella tua prima lettera. Ricordo, una volta mi rivolsi a te, un po' per galanteria e un po' per far sfoggio del mio latino, in questo modo: <<Amo, ergo sum!>> Ricordi?

BONA: Si che ricordo, amore mio.

SIGISMONDO Ecco che tu con altrettanta galanteria, ma nello stesso tempo, con una disinvoltura quasi sfacciata, mi rispondesti: <<Io invece posso dire nei Vostri confronti, Maestà, che "Vi amo, ergo sum!">>. <<E' un'osservazione la Vostra, degna d'una regina>>, m'affrettai a replicare. Allora tu, in una tua successiva lettera: <<Devo dire, con un pizzico di disappunto, che la Vostra constatazione e la Vostra affermazione, Maestà, non sono altro che le espressioni, inequivocabili dell'uomo libertino, mentre la mia dichiarazione è più semplicemente quella d'una donna innamorata. Allora, mi dissi: "Come può essere già innamorata di me? Finge naturalmente!" Oggi invece ti dico: "Tesoro, io amo in quanto tu mi ami. E quindi io sento di esistere in quanto amo. E chi altra potrei amare se non te che ami me?"  

BONA: Vedi che differenza tra noi due! Il mio amore per te prescinde da qualsiasi "conditio sine qua non". Io sono come una sorgente che sgorgando, dà origine ad un fiume, mentre tu, così dicendo dimostri d'essere un fiume che non potrebbe esistere se non ci fosse una sorgente a generarlo.

SIGISMONDO: (Allontanandosi da Bona) Quando sei così logorroica, per istinto mi sento quasi avviluppare dallo sdegno. (Riavvicinandosi a Bona) Ma non voglio congedarmi da te, con il tono di chi è incline al sospetto, di chi non sa stare al giuoco, di chi non sa apprezzare gli entusiasmi; pertanto…(l'afferra con forza e la bacia)

BONA: E' bellissimo aver sposato un uomo e non un re.

SIGISMONDO: Ma quanto mi sei costata alle nozze! Un pranzo sontuosissimo con una varietà di portate da far invidia ai banchetti degli dei dell'Olimpo. Una infinità di invitati, sfarzo, doni. Il più ricco banchetto di nozze mai realizzato in Europa. 

BONA: Non puoi dire che io non abbia contribuito a questo matrimonio! Ho portato per te dall'Italia, interi carri di arazzi, preziosi, opere d'arte e denaro. Insomma, oserei dire, una dote da imperatrice più che da regina.

SIGISMONDO: Ecco che esce fuori la tua presunzione, il tuo sfrenato orgoglio barese.

BONA: Semmai milanese! O se preferisci, napoletano.

SIGISMONDO: Dobrze, diciamo italiano.

BONA: Bueno, diciamo mediterraneo.

SIGISMONDO: Ah, già, tu parli anche spagnolo.

BONA: Si, mia madre, la cui famiglia d’origine era di Valencia, poteva non farmi studiare lo spagnolo? E poi ha voluto educarmi un po' come un uomo, capace di governarmi e di governare, in special modo dopo la morte di mio fratello. Lei era ambiziosa di per se e anche per me. Voleva recuperare ad ogni costo il Ducato di Milano. E per ciò tentò di maritarmi a Massimiliano Sforza figlio di Ludovico il Moro, anche se odiava quest'ultimo con tutte le sue forze. Dopo il fallimento poi avrebbe voluto darmi in sposa a Filippo di Savoia. Ricordo tentò perfino con qualche nipote di Papa Leone X, allora che aveva ripreso a circolare fra il popolo una vecchia canzone riferita a mia madre, accompagnata dalla sordellina o dall'arpa, che recitava così: (Canta sorridendo) "Nun me chiammate più Donna Isabella / chiammateme Sabella sventurata / aggio perduto trentasei castella / la Puglia bella e la Basilicata" (3). (Fa una gran risata) In quelle condizioni, praticamente senza dote, credo apparissi poco desiderabile.

SIGISMONDO: Insomma, se tu non avessi sposato me, ne avresti avuti di pretendenti! (Abbraccia Bona affettuosamente) Ma per me è andata bene così. (Si stacca con uno scatto da Bona) Anche se devo dire, sei troppo irrequieta e passionale. Noi polacchi non siamo così effervescenti ed entusiasti come voi italiani. Mi diceva, da ragazzo, il mio maestro Filippo Bonaccorsi - beh, lui voleva essere chiamato Callimaco, o meglo Esperiente! - che noi siamo un popolo più discreto e più paziente. Comunque io ti preferisco così come sei.

BONA: Qualche volta, devo dire, ho la sensazione, che la tua gente mi guardi con diffidenza, come disapprovasse la mia ingerenza nelle questioni pubbliche che, secondo loro, dovrebbero riguardare soltanto te.

SIGISMONDO: E' inevitabile. Tu sei una presenza forte! Ma certamente non dovrai sentirti un'intrusa. Questo mai! Tu sei la mia consorte, la madre dei miei figli, quindi la loro regina legittima e a tutti gli effetti. Forse devi avere ancora pazienza, devi aspettare che anche loro imparino ad amarti.

BONA: E' vero, ma sono dodici anni che ormai siamo sposati.

SIGISMONDO: Io, non ho la tua stessa sensazione. Chissà che non ti sbagli! Domani farò suonare a festa la campana più grande d'Europa, che ho offerto dieci anni fa alla Cattedrale di Wawel, questo per annunciare a tutti che sono felice. Va bene così? E che tutti, al pari di me devono amare la regina!

BONA: Vorrei che questo giorno non passasse mai. Ti amo, anche se troppo raramente ho il piacere di averti tutto per me come oggi. Vorrei che tu fossi uno dei Magi, uno degli antichi sacerdoti Medi che si impegnavano con un voto a dedicarsi per tutta la vita ad una sposa.

SIGISMONDO: In una prossima vita vediamo di incontrarci tra i sudditi invece! Tra i comuni mortali. Ora devo andare, ti lascio, piccola mia. Il dovere mi chiama. (Considera) Oltre ai problemi con l'amministratore delle miniere di salgemma a Wieliczka, Severin Boner, ci voleva anche la "peste asiatica" adesso, a sconvolgere ancora di più l'Europa. Non è bastata la calamità che ha prodotto  Lutero con la sua denuncia di "Paganesimo Morale" alla Chiesa di Roma, sostenuto da Zuinglio e da Calvino.

BONA: Per questo scisma, per la riforma, dobbiamo ringraziare Papa Leone X insieme ai domenicani, che a suo tempo seppero mercanteggiare con le Indulgenze. (Considera) Che vergogna! Vendere le Indulgenze!

SIGISMONDO: Chissà, forse è vero, i Papi non sono infallibili. Ma ora devo lasciarti. (Indossa un mantello)

BONA: A rivederci alla prossima esistenza. Magari, questa prossima volta però, vediamo d'incontrarci tutti e due giovani. E possibilmente dalle mie parti, dove potrai gustare la straordinaria cucina barese o napoletana col famoso torrone barese di Ludovico Lanza, gli "strozzapreti" e la "cazzata". Noi al sud dell'Italia siamo gente godereccia, altro che quei "cacafaggioli" e “magna gatti” dei toscani che piacciono tanto a te!

SIGISMONDO: Lo terrò presente; tanto più che ho già visitato quelle tue parti (4)! Però vedo che quando ti fa comodo dimentichi le tue origini milanesi e ti inorgoglisce passare per barese. (Ride)

BONA: (Borbotta qualcosa)

SIGISMONDO: (Torna indietro) Ah, domani mi racconterai del tuo soggiorno a Vilnus. Dettagliatamente. Ti sei assentata tutti quei giorni senza darmi mai notizie. Lo vedi che anch'io sono geloso!

BONA: (Sorride) Se è per questo, credo tu abbia dormito sonni profondi. Avevo sempre alle calcagna i tuoi fidi Decius e Andreas, da "quelle nostre parti".

SIGISMONDO: Giusto vedrò di farmi relazionare proprio da loro due, Decius e Krzycki (Lancia un bacio a Bona ed esce)

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(1)     Sonetto rinvenuto fra le "Rime" del Bellincioni, stampate in Milano nel 1493.
(2)     L'Imperatore Massimiliano I era sposato con sua zia Bianca Maria Sforza, sorella di suo padre.
(3)     Da "La Canzone Napolitana" di Pietro Elia, edita da Pais a Roma nel 1954.
(4)     Sigismondo I sembra abbia fatto visita, in pellegrinaggio, al Santuario dedicato a San Michele Arcangelo sul Gargano in Italia.

Scena Settima: BILANCIO
Anno 1538, Castello di Niepołomice. Il Vescovo Pietro Gamrat e l'architetto Bartolomeo Berecci sono a colloquio con la Regina Bona nella "Sala Grande".

GAMRAT: (A Bona) Vedete Maestà, se facciamo un bilancio di questi ultimi anni, constatiamo che oggi l'individuo non tende più ad una ricerca ansiosa di Dio all'interno della propria anima e non crede più con cieca obbedienza alla Sua autorità. Oggi l'uomo sta facendo una scelta forse più difficile, una scelta che implica la propria responsabilità davanti a Dio, vedi il messaggio diffuso dalla Compagnia di Gesù. Anche la scienza non è più sapienza tramandata, ma pura indagine della realtà presente. Copernico ne è la testimonianza vivente.

BONA: E la politica, Eccellenza?

GAMRAT: La politica, anch'essa non può essere soltanto l'affermazione di un potere o di una gerarchia, di chi la pratica insomma, ma dovrà esprimere una lotta di forze alla ricerca di una costante stabilità. Come è vero che Dio ha creato tutti gli esseri buoni e il male deriva da un cattivo uso della libertà, anche da parte degli angeli, così è pur vero che la creatività e la sete di conoscenza - non più contemplazione della creazione - sono la ricerca inquieta, la curiosità, la scoperta del nuovo, che poi in fondo non sono altro che l'attrazione per il reale. Cristoforo Colombo insegna.

BERECCI: (Interviene) E già, basta col manierismo! Col manierismo di Raffaello e di Leonardo! Questo appartiene al passato. I manieristi hanno saputo imitare soltanto l'arte. E' la natura che bisogna saper imitare invece. E' il reale che bisogna rappresentare, vedi oggi Michelangelo e Tiziano, anche se si deve ricorrere a qualche motivo pagano. Scusate l'interferenza, ma credo sia in linea col discorso.

BONA: (A Berecci) Perdonatemi, Maestro Berecci, ma io non è che sia tanto d'accordo con le vostre osservazioni sulla visione del manierismo. O meglio non sarei così categorico nel definire certi pittori, manieristi.

GAMRAT: (A Berecci) E' vero quanto asserisce Sua Maestà. Infatti stando alle vostre affermazioni, allora anche Bramante sarebbe un artista di maniera.

BONA: (A Gamrat) Scusate se vi interrompo, ma veniamo al motivo per cui vi ho convocato qui a Niepołomice, Eccellenza.

BERECCI: Allora sarà bene che io tolga il disturbo. (Rivolto a Bona) Maestà! Oggi non ho grossi impegni per cui vado a controllare i cavalli e che sia tutto in ordine per la vostra battuta di caccia nella riserva. (Rivolto a Gamrat) Eccellenza! (Fa un inchino ed esce)

GAMRAT: Come il Cristo, Maestà, dovreste ascoltarlo per conoscere e conoscerlo per poterlo amare.
BONA: Ascoltare il Cristo dalla bocca di voi preti?

GAMRAT: Anche! Anche se, per parlarmi così, evidentemente conserverete la memoria d'un prete come Savonarola che nella vostra Italia non ci ha fatto onore davvero.

BONA: Invece Gerolamo Savonarola, come credo anche Celestino V abbia fatto 200 anni prima di lui, ha mosso la sua protesta da una grande fede e da una grande tristezza nel vedere le condizioni in cui era caduta la Chiesa. La comune ansia di rinnovamento della Chiesa è stata quella di due anime inquiete, che cercavano la pace in Cristo, di due cuori entrambi profondamente innamorati di Dio. Nella sua "Oratio pro Ecclesia", Savonarola, rivolto a Cristo disse: "Deh, mira con pietate in che procella si trova la tua Sposa e quanto sangue, oimé tra noi s'aspetta, se la Tua man pietosa, che di perdonar sempre si diletta, non la riduce a quella pace, che fu quand'era poverella…"

GAMRAT: E' diabolico che voi abbiate portato a mente certe affermazioni. Ma cosa avete quest'oggi, Maestà Serenissima?

BONA: Sono stata allieva di Monsignor Della Casa, io!

GAMRAT: O di Pietro l’Aretino! ... Allora, ditemi, qual’è il motivo per cui mi avete convocato qui a Niepołomice?

BONA: Non lo ricordo più. So soltanto che ora ho bisogno di restar sola, ... (Fa il gesto di congedarsi) Eminenza!

GAMRAT: Capisco! (Saluta) Regina Serenissima! (Ed esce)

Scena Ottava: CALUNNIE
Varsavia 1555. Bona è nella sua residenza, il Castello di Ujazdów, col suo cortigiano Camillo Brancaccio.

BONA: Devo parlarvi dei due segretari Monti e Puccini, ma prima mandate a dire al mio agente, alla Corte Cesarea di Bruxselles, di aver cura della "valitudine" del Magnifico Giovanni Lorenzo Pappacoda, da qualche tempo ammalato laggiù. Che la malinconia non si aggiunga alla sua infermità! Poveruomo, sbattuto qua e là come mio "Orator"; prima a Bruxelles presso Carlo V e poi a Londra. A Londra, da Filippo d'Asburgo e sua moglie, la mia cara amica Margherita Tudor.
CAMILLO: "Bloody Mary", così la chiamano la vostra cara amica, "Maria la Sanguinaria". Peraltro degna figlia di suo padre Enrico VIII.

BONA: E allora, con ciò?

CAMILLO: Niente, Maestà! Ho saputo che il Cielo ha voluto ricompensare la vostra cara amica per le sue crudeltà. Invece d'un figlio, ella ultimamente ha partorito un tumore maligno.

BONA: Voi, Messer Camillo Brancaccio, siete il mio cortigiano e il mio buffone, oppure il mio persecutore? Volgare impudente che non siete altro!

CAMILLO: Perdonatemi Maestà, siete sempre così tollerante e paziente con me, con tutte le mie dabbenaggini.
BONA: E' vero, troppo tollerante e paziente! Chissà, forse perché poi voi al momento opportuno, sapete fornirmi tanti "avvisi" in anteprima. Voi venite sempre a conoscenza dei particolari di tutto e di tutti, prima ancora che se ne abbia notizia. Ficcanaso, intrigante come siete! Oh, non temete, ammiro il vostro spirito e mi diverte la vostra sottile ironia. Ricordo ancora quando mi informaste che Carlo V, prossimo a recarsi a Roma, venti anni fa, avrebbe trovato una sorpresa di Papa Paolo III ad attenderlo; ossia un arco trionfale provvisorio, fatto erigere, solo per l'occasione, appunto dal Papa, ad opera di Antonio da Sangallo. Come facevate voi a saperlo in anticipo se doveva essere una sorpresa? Eppure voi lo sapevate! Ma quello che mi fece effetto, allora, fu il vostro arguto commento in proposito. (Ride) Vedete, mi vien ancora da ridere a rievocarlo! "La Chiesa fa miracoli!"

CAMILLO: Ma io ricordo anche che voi avete controbattuto: "La Chiesa, fa sortilegi!"

BONA: Mi auguro non direte certe battute in presenza del Primate; il Primate non ha il vostro spirito! ... Ma torniamo a noi. Vi do un altro ordine: tenete d'occhio e fate tenere d'occhio anche da Pompeo Lanza, quel calunniatore di Giovanni Alfonso Castaldo. Costui è un "vano cervello, un essere impraticabile, tutta malvagità e maldicenza". Nessuno, di tutti i seimila cittadini di Varsavia, è come lui. Pensate s'è permesso di parlar male anche di mia figlia Isabella, oggi Regina D'Ungheria, amata e stimata. E magari sarebbe anche capace di calunniare il Serenissimo Re, mio figlio.

CAMILLO: Perché non lo azzittite separando la sua gola con la sua lingua, dai suoi polmoni?

BONA: Lo punirò a dovere, lo caccerò dalla Corte, non temete! Anche se è un napoletano "verace" come voi. (Ride) A voi napoletani è la lingua che vi "fotte", non è vero? Anche mia madre per la sua lingua spesso ha passato dei brutti momenti. Adesso, mio adorato, fedelissimo Camillo, prendete carta e penna e scrivete. Sedete lì. (Indica uno scrittoio)

CAMILLO: (Siede, prende carta e penna)

BONA: (Dètta) "Bona, Dei Gratia Regina Vidua Poloniae, Magna Dux Lithuaniae, Barique Priceps Rossani, Russiae, Prussiae, Masoviae, etc. etc., domina!" ...

CAMILLO: (Scrive sotto dettatura)

Scena Decima: EPILOGO

Castello Svevo di Bari, 19 novembre dell'anno 1557. È notte fonda, Bona giace apparentemente esanime nel suo letto dopo essere stata avvelenata da Pappacoda. Tutti, a Corte, sanno ormai del suo decesso, dal momento che i medici hanno rilasciato un ampio ed esauriente referto di morte. Soltanto una sua fedelissima ancella è lì, accanto a lei, a vigilare il suo corpo e a piangerla. Ma ecco che ad un certo momento ...


BONA: (Si risveglia improvvisamente. Urla, lasciando esterrefatta la donna presente) Che siate tutti maledetti! Sono consapevole dei vostri intrighi, Non crediate! E ricordo ogni cosa! So d’essere circondata solo da nemici, da iene e da avvoltoi, quali voi siete! Ieri l’altro, credendomi moribonda, vi siete subito premurati di farmi firmare un testamento falsificato. In apparenza mi davate ad intendere che stavo firmando un documento che nominava mio figlio erede universale, invece nella realtà stavo cedendo i possedimenti di Bari e Rossano a Filippo II. Lo so! Tutti complici, volevate derubarmi d’ogni mio avere! In particolare tu, mio fido Pappacoda, infido serpe, credevi d'avermi ucciso col tuo veleno! Invece eccomi qua viva più che mai e certamente non deceduta per "Terzana Doppia Maligna" come hanno ipocritamente dichiarato i tuoi medici. Eccomi pronta a maledirti con tutte le mie forze. Prevedendo quello che tu stavi tramando e che poi sarebbe accaduto, io avevo assunto una potente dose dello "Stercum Diaboli", una miracolosa pozione contro il veleno di una nota "Spetiaria" di Roma fattami pervenire appositamente qui a Bari. Magnifico Gian Lorenzo Pappacoda, finalmente posso ripagarti! L'inganno della mia morte contro l'inganno di tutta la tua vita con me! (Estrae un foglio da sotto il cuscino) Ecco il testamento, già redatto, a favore di mio figlio, quello che ti farà dannare l'anima per l'eternità. (Rivolta all’ancella) Dammi qualcosa per firmare. Su, presto!

ANCELLA: (Porge una penna)

BONA: (Firma e affida il foglio alla donna) Consegna segretamente questo scritto al mio fidatissimo notaio che tu sai. Corri, non c’è tempo da perdere!

ANCELLA (Esce)

BONA: (Recupera un libro nascosto fra le coperte e legge tra sé e sé) "Torbido fiume Sinni, del mio mal superbo/or ch'io sento da presso il fine amaro,/fa tu noto il mio duol al padre caro,/se mai qui 'l torna il suo destin crudele./Dilli ch'io, morendo, abbandono/l'aspra fortuna e lo mio fato avaro/e, con esempio miserando e raro/nome infelice a le tue onde serbo./Tosto ch'ei giunga alla sassosa riva/-a che pensar m'adduci, o fera stella,/come d'ogni mio ben son spoglia e priva!-/muovi l'onda con crudel procella/ e dì: "M'accrebber sì mentre fu viva,/non gli occhi no, ma i fiumi d'Isabella". (Legge anche la firma della poetessa) Isabella Morra (Chiude il libro. S'addormenta).
 




0.143 - 12.1.15

SKETCHS E GAGES: TESTO TEATRALE, RAPPRESENTAZIONI, WORK-IN-PROGRESS



"SKETCHS E GAGUES" sono una serie di Atti Unici Teatrali, scritti da Alberto Macchi, in lingua italiana, tra il 2000 e il 2010, in Italia e in Polonia. E' una raccolta di testi, tutti inediti, che comprende: "Clorinda", "Gatto", "Guido sei e Guitto rimani", "Mestiere di osso", "Macchi è?", Monologhi per Cabaret".

RRECENSIONI, ARTICOLI: STAMPA, INTERNET, RADIO, TV



Scena Unica: GIOCO IN CASA

Una pedana con sopra una sedia alta da banco del bar. Tre coppie di fari per illuminare la scena, di cui una coppia centrale con una luce bianca e una azzurra e due di traverso, entrambe costituite da una luce bianca e da una luce beige.

UNA VOCALIST: (Entra in scena) Avete mai provato ad avviare un nuovo spazio per spettacoli serali di intrattenimento, prendendovi anche l’impegno di offrire ai convenuti, bevande e tartine? ... Noooo!???
Ebbene, se siete degli artisti, non fatelo! Vi potrebbero crollare le pareti del locale addosso. Quando, infatti, m'e’ stata offerta questa opportunità, ricordo, le quattro pareti erano su ed io mi dissi: “Adesso, con uno spazio così, tutto mio, farò vedere a me stesso e agli altri, quello che so fare; tutto quello che gli altri non hanno mai visto di me.
Oh, che avete capito? Non intendo dire ne il culo e neanche le tette!
Combattere con un pubblico estraneo, con gli amici, con gli artisti, con i tecnici, con i collaboratori, credete sia un’impresa da niente?
C’e’ sempre chi la vuole cruda e chi la vuole cotta!
Che cosa?
Non lo so. Si dice cosi’!
Ora guardate voi, per esempio.
Se dico: “Adesso vi recito qualcosa”. Ci sarà sempre qualcuno che dirà: “Che palle!”
Se dico: “Adesso vi canto qualcosa”.
Ci sarà allora qualcun’altro che dirà: “Ancora?!”
Se dico: “Adesso vi faccio vedere qualcosa”.
Ecco che spunta quello che dirà “Speriamo che stavolta ce la farai vedere per bene; che ti spogli tutta insomma. Senza veli!
Capite?
Tutto questo può avvenire in sala durante lo spettacolo.
Ma considerate che cosa può, essere già, accaduto, dietro le quinte o durante le prove, prima dello spettacolo!
Il tecnico delle luci e della fonica che ti dice in romanaccio: “Stasera che ce fai vede?’
E poi un collaboratore napoletano, rincarando la dose, aggiunge: “Starera vogghiu toccari cum mani!”
“Toccare che cosa?”, dico io.
E lui: “Beh, qiddu chi ci fai vede’!”
E cosi’ a continuare. ..

Mai nessuno che ti dica: “Sei straordinaria quando canti ‘The men I love’ e tutto il repertorio di Ella Fitzgerald. (Parte la musica) Perché non ce lo riproponi stasera?” (Canta l’intero programma della serata).


0.007 - 15.1.15


BIGLIETTO DELLA LOTTERIA: TESTO TEATRALE, RAPPRESENTAZIONI, WORK-IN-PROGRESS




"BIGLIETTO DELLA LOTTERIA" è un Atto Unico Teatrale, di Alberto Macchi; un dialogo tra polacchi e italiani, per cui in lingua italiana e in lingua polacca, scritto a Cracovia nel 1966. Inedito.


Anno 1996
- Alberto Macchi, trasferitosi a vivere, in primavera, da Roma a Tarnow in Polonia, per rendere comprensibile sia agli italiani che ai polacchi un suo spettacolo che sta scrivendo, pensa di adottare una formula rivoluzionaria così imposta il testo in modo che ciò sia possibile. E ci riesce!
Anno 2003
- Il primo tentativo di metterlo in scena è al Teatro Parrocchiale della Chiesa del Sacro Cuore di Cracovia, dove è in atto il Laboratorio Teatrale Permanente "Teatrostuka" diretto da Alberto Macchi, frequentato dagli studenti delle Università Jagellonica e Ignazianum.
Anno 2015
- Con la traduzione in polacco di alcune parti del testo, da parte di Lucia Pascale  inizino, in maggio, presso i Teatro Galeria Freta a Varsavia, le prove dello spettacolo. Nel cast: Lucia Pascale, Remek Smiechowski, Karolina Kamińska, Stefano Amoruso.




 

POESIE RECITAL: TESTI TEATRALIZZATI, RAPPRESENTAZIONI, WORK-IN-PROGRESS




"POESIE RECITAL" sono una serie di versi, diari e pensieri, di Alberto Macchi, in lingua italiana, francese, inglese e polacca, scritti tra il 1955 e il 2005, in Italia e nel mondo. E' una raccolta di poesie e prose, principalmente tutte inedite, che spazia dai temi sociali, a quelli spirituali, dall'arte alla natura, dalla mente al cuore.


Testo del 2007




0.007 - 15.1.15

ATTI UNICI TEATRALI: TESTI TEATRALI, RAPPRESENTAZIONI, WORK-IN-PROGRESS




"ATTI UNICI TEATRALI" sono una serie di Atti Unici Teatrali, scritti da Alberto Macchi, in lingua italiana, tra il 1980 e il 2010, in Italia e in Polonia. E' una raccolta di testi, tutti inediti, che comprende: "Edgard Allan Poe", "Guy De Maupassant", "Franz Kafka", "Nikolaj Vasil'evič Gogol", "Charlotte Christine Sophia Braunschweig Wolfenbuttel", "Clemens von Galem", "Francesco I De' Medici", "Gasparo del Bufalo", "Narciso: Nie Dobrzy", "Provagenerale", "Stasera che serata", "Tre Morti", "Stella C".



0.024 - 15.1.15

martedì 29 marzo 2011

FRA ALBERTO: TESTO TEATRALE, RAPPRESENTAZIONI, WORK-IN-PROGRESS



"FRA ALBERTO" è un Dramma Teatrale scritto in lingua italiana da Alberto Macchi nel 2002 a Cracovia. Testo pubblicato in parte, a Varsavia, su Gazzetta Italia, Ediz. Italiani in Polonia.



"BRAT ALBERT" è un Dramma Teatrale scritto da Alberto Macchi nel 2002 a Cracovia, tradotto in polacco da Angela Sołtys. Testo pubblicato in parte, a Varsavia, su Gazzetta Italia, Ediz. Italiani in Polonia.

DALL'IDEA AL TESTO, ALLE RAPPRESENTAZIONI:

Anno 2001
- L'idea di scrivere su Fra Alberto viene suggerita ad Alberto Macchi da Mons. Wiesław Niewęgłowski a Varsavia, che gi dona dei libri sulla vita del santo.
- L'autore studia, ricerca nelle biblioteche, visita templi dedicati al culto di San Fra Alberto in Polonia. Quindi nella sua casa a Tarnow, butta giù la prima stesura del testo.
Anno 2002
- Il testo teatrale è pronto, corredato di foto, note e di bibliografia. Viene tradotto in polacco.
Anno 2010
- Lettura drammatizzata del testo teatrale, a cura dell'autore, presso in Teatro "Enrico Marconi" di Varsavia.
Ano 2011
- Pubblicato in parte il testo teatrale su la "Gazzetta Italia" n. 3/2011 di Varsavia, sia in lingua italiana che in lingua polacca.

RASSEGNA STAMPA, INTERNET, RADIO, TELEVISIONE:

http://issuu.com/gazzettaitalia/docs/gi_numero_sette

Adam Chmielowski - Santo Fra Alberto/Adam Chmielowski - św. Brat Albert
(dal Sito Web: http://www.mbkp.info/swieci/albert_chmielowski.html)

Scena Quarta: DIALOGO: Cracovia, 20 ottobre 1900. Fra' Alberto, con una sigaretta accesa fra le labbra, è nella sua cella che conversa con il sacerdote Padre Ceslao Lewandowski. Entrambi sono seduti.
FRA' ALBERTO: Vi ho confidato le mie avventure amorose, i miei vizi, presenti e passati…, rievocandovi tutte le mie esperienze in giro per l'Europa e per la Russia. Cose che credevo d'aver rimosso definitivamente con la Confessione e con l'Ordinazione.
REV. LEWANDOWSKI: (Non fa nessun commento e sembra non avere alcuna reazione)
FRA' ALBERTO: Vedete, Padre Lewandowski, cosa può fare il Signore attraverso la Sua onnipotenza! Trasformare un uomo come me, da uomo di mondo ad uomo di Dio. E in questi giorni, il Signore Iddio, l'avrete saputo anche voi, ne ha permessi di miracoli! Ha reso possibile, ad esempio, che gli uomini illuminassero prodigiosamente con lampadine elettriche l’intera cupola di San Pietro a Roma!
REV. LEWANDOWSKI: (Resta in silenzio)
FRA' ALBERTO: E, l’altro prodigio degli uomini, ancora per volere del Signore, la grazia d’aver resa possibile l’apparizione dell'immagine del Pontefice su uno schermo cinematografico, che si muoveva e benediceva tutti, come fosse realmente lì presente, in Piazza San Pietro, davanti alla gente accorsa per poterlo vedere. Se non credessi fermamente nel Signore e nel Papa, chissà, come riporta anche qualche giornale, potrei arrivare a considerare queste invenzioni, come delle vere e proprie diavolerie, manifestazioni del Demonio, impegnato in una delle sue azioni per stupire e, nello stesso tempo, manipolare gli uomini. E tutte queste scoperte sono avvenute proprio in occasione del 32° Santo Giubileo, ricorrenza che non si celebrava più, da ben 75 anni…, se non si considera quello a "porte chiuse" di Pio IX. (Spegne la sigaretta nel posacenere, si alza in piedi)
REV. LEWANDOWSKI: (Si alza in piedi)
FRA' ALBERTO: Beh, è ora di andare. In gamba fratello! In gamba più di me naturalmente! (Solleva il saio e mostra l'unica gamba che ha) Vedete, io, di gamba ne ho soltanto una. L'altra l'ho perduta per onorare la patria quando avevo soltanto 18 anni. Al fronte rimasi ferito e fui fatto prigioniero. In carcere, poi, dato l’aggravarsi delle mie condizioni, dovetti subire l'amputazione dell'arto sinistro. E senza anestesia. Ma malgrado fossi rimasto con una sola gamba, riuscii a fuggire a Parigi mescolandomi ad alcuni prigionieri di guerra francesi…. Eppure da allora ho sempre avuto un grande equilibrio, un grande equilibrio interiore soprattutto. È l'equilibrio interiore, più che quello fisico, che è importante. È l'equilibrio interiore che bisogna difendere sempre, capite? E la forza necessaria ci può venire esclusivamente dall'amore per il Signore. Per mantenere l’equilibrio del corpo, (Mostra la protesi dell’altra gamba) come potete vedere, basta una protesi.
REV. LEWANDOWSKI: (Sorpreso. Si gira e si dirige verso la porta salutando con un inchino a mani giunte in segno di ossequio)
FRA' ALBERTO: Potreste controbattere con un commento, che so, con un cenno, invece di fuggire come un animale impaurito.
REV. LEWANDOWSKI: (Si ferma e guarda negli occhi Fra' Alberto)
FRA' ALBERTO: Cristo ha avuto il Suo Anticristo, Il Papa ha avuto il suo Antipapa, il Giubileo di Leone XIII, appena un mese fa, ha avuto il suo Controgiubileo… e io, possibile non posso avere un mio contraddittorio? Uno come voi che mi controbatta? Ditemi qualcosa! Non vi è piaciuta la mia espressione "in gamba", v'è parsa un'uscita infelice? Oppure il mio gesto di mostrarvi la mia protesi v'è parso di cattivo gusto?… Allora esprimete una vostra osservazione, non potete starvene zitto così come avete fatto tutto il tempo, qui con me! Ho capito! (Mostra il moncherino della gamba amputata) E' questo che vi inorridisce e che vi ha fatto ammutolire? (E ride)…, o forse chissà, avete il prezioso dono di saper ascoltare. Sarete certamente un perfetto confessore!
REV. LEWANDOWSKI: (Con voce dimessa) Io vi immaginavo una persona riservata, un pittore tormentato, un artista fragilissimo, come il Beato Angelico.
FRA' ALBERTO: (Riprende a ridere) Io, un pittore come il Beato Angelico! Il Diavolo e l'Acqua Santa! (Ride)
REV. LEWANDOWSKI: (Esce)
FRA' ALBERTO: (Prende il rosario, si inginocchia davanti ad un Crocifisso e comincia a pregare finché non cade in piena estasi)
REV. LEWANDOWSKI: (Torna indietro e spia nella cella attraverso un finestrino)
(Scena tratta dal Dramma Teatrale “Fra Alberto” di Alberto Macchi, pubblicata a Varsavia su "Gazzetta Italia" nel Marzo 2011)

Scena Czwarta: DIALOG: Kraków, 20 października 1900 roku. Brat Albert, z zapalonym papierosem w ustach prowadzi w swojej celi rozmowę z Księdzem Czesławem Lewandowskim. Obydwaj mężczyźni siedzą.
BRAT ALBERT: Zwierzyłem ci się z moich przygód miłosnych, z moich złych nawyków, tych obecnych i tych przeszłych...., wspominając wszystkie doświadczenia z moich podróży po Europie i Rosji. Zdarzenia, które - jak sądziłem - udało już mi się wymazać z pamięci po spowiedzi i złożeniu ślubów zakonnych.
KSIĄDZ LEWANDOWSKI: (Nie komentuje. Sprawia wrażenie, że słowa rozmówcy nie wywarły na nim żadnego wrażenia).
BRAT ALBERT: Przyszło mi nawet wywołać wizerunek obecnego papieża na ekranie kinematografu, który poruszał się tak żwawo, że dawał złudzenie, jak gdyby to działo się naprawdę. Gdyby moja wiara w Boga i wierność Kościołowi nie były tak niezachwiane, mógłbym pomyśleć, daję słowo, że wszystkie te nowe wynalazki to istne sztuczki diabła ! I wszystko to z okazji 32-ego Świętego Jubileuszu, uroczystości, której nie obchodziło się już od dobrych 75 lat..., jeśli nie liczyć tamtego jubileuszu za Piusa IX, „przy bramach zamkniętych”. (Gasi papierosa w popielniczce i wstaje)
KSIĄDZ LEWANDOWSKI: (Wstaje)
BRAT ALBERT: No cóż, pora iść. Głowa do góry i stój mocno na nogach. Oczywiście, mocniej ode mnie!
(Podnosi brzeg habitu i odsłania jedyną nogę, jaka mu pozostała). Widzisz, mam tylko jedną nogę. Drugą straciłem w obronie ojczyzny, kiedy miałem zaledwie osiemnaście lat. Rannego, wzięli mnie do niewoli. We więzieniu musiałem poddać się amputacji lewej nogi bez żadnej narkozy. Ale pomimo tego, że zostałem bez nogi, udało mi się zbiec do Paryża, wmieszawszy się w tłum jeńców wojennych, Francuzów... I przy tym wszystkim utrzymywałem zawsze równowagę, wielką równowagę, przede wszystkim wewnętrzną. A właśnie równowaga wewnętrzna, bardziej niż fizyczna, ma wielkie znaczenie. I należy ją zawsze chronić, rozumiesz ? A to możesz osiągnąć jedynie w miłości ku Bogu.
KSIĄDZ LEWANDOWSKI: (Zaskoczony. Obraca się i kieruje do wyjścia. Żegnając się, przyklęka i składa dłonie na znak szacunku)
BRAT ALBERT: Mógłbyś mi coś odrzec, skomentować, zareagować, zamiast uciekać jak wypłoszona zwierzyna.
KSIĄDZ LEWANDOWSKI: (Zatrzymuje się i patrzy w oczy Brata Alberta)
BRAT ALBERT: Chrystus miał mieć swego Antychrysta, papież miał swego Antypapieża, jubileusz za Leona XIII, ledwie w miesiąc po otwarciu, musiał zderzyć się z kontrjubileuszem. Możliwe, abym ja nie znalazł nikogo, kto by mi się sprzeciwił? Kogoś, jak ty, kto chciałby oponować? Powiedzże mi coś ! Nie spodobało ci się moje powiedzenie "Stój na nogach". Sądzisz, że nie wypadło szczęśliwie ? A może gest, z jakim obnażyłem przed tobą moje kalectwo wydał ci się w złym guście ? Wyraż zatem swoje zdanie, nie możesz milczeć tak, jak dotychczas! Zrozumiałem! (Pokazuje protezę amputowanej nogi) Ten przedmiot budzi w tobie wstręt i sprawił, że zaniemówiłeś? (Śmieje się) Zresztą - kto wie - może to dar słuchania innych? Byłbyś z pewnością świetnym spowiednikiem!
KSIĄDZ LEWANDOWSKI: (Przytłumionym głosem) Wyobrażałem sobie, że jesteś osobą zamkniętą, artystą pełnym niepokoju, malarzem wrażliwym jak ....Fra Angelico.
BRAT ALBERT: (Ponownie wybucha śmiechem) Ja? Ja malarzem jak Fra Angelico! Diabeł i woda święcona! (Śmieje się).
KSIĄDZ LEWANDOWSKI: (Wychodzi).
BRAT ALBERT: (Bierze różaniec, klęka przed krucyfiksem i zaczyna żarliwie modlić się, aż popada w głęboką ekstazę).
KSIĄDZ LEWANDOWSKI: (Zawraca i nadsłuchuje przez okienko przebite w murze celi).
(Scena od "Brat Albert" Alberta Macchiego, "Gazzetta Italia", Warszava, marc 2011)

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Anno 2017
- Donato il testo teatrale alla Chiesa delle Comunità Creative di St. Andrea l'Apostolo e Santo Fratel Alberto a Varsavia in occasione delle celebrazioni per l'anniversario di Brat Albert che, dopo un anno, si concluderanno il 25 dicembre 2017 con la Santa Messa nella Chiesa di Santa Caterina d'Alessandria a Cracovia.


- Czekazalem tekstu teatralny do Kościoła Środowisk Twórczych pw. św. Andrzeja Apostoła i św. Brata Alberta w Warszawie z okazji obchodów rocznicy Brata Alberta. Obchody rocznicowe zwieńczy 25 grudnia 2017 roku Msza w kościele św. Katarzyny Aleksandryjskiej w Krakowie.

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ALBERTO MACCHI




BRAT ALBERT
(Adam Chmielowski)

Sztuka Teatralna w jednym akcie

Tłumaczenie z języka wloskiego
Angela Soltys

TEATRO & SZTUKA
2002





JEDENOAKTÓWKA
(w 7 odsłonach)

Scena I - PROLOG (2002)
Scena II - ECCE HOMO (1883)
Scena III - MODLITWA (1888)
Scena IV - DIALOG (1900)
Scena V - KARNAWAŁ (1910)
Scena VI - EPILOG (1916)
Scena VII - EPITAFIUM (2002)


OSOBY:

Adam Chmielowski - BRAT ALBERT, malarz, franciszkanin
MAKS GIERYMSKI, malarz
CZESŁAW LEWANDOWSKI, kapłan

Bracia Albertyni
Siostry Albertynki

Lud, żołnierze, akrobaci, komedianci


Scena Pierwsza: PROLOG

Rok 2002. Bracia Albertyni we wnętrzu refektarza swego krakowskiego klasztoru, niczym wewnątrz oratorium, zajęci są głośną lekturą tekstu. Odtwarzają w ten sposób kolejne epizody z życia Brata Alberta, założyciela ich zgromadzenia.

PIERWSZY BRAT: Adam Chmielowski przychodzi na świat w 1845 roku, w zubożałej rodzinie szlacheckiej, jako najstarsze z czworga rodzeństwa, w Igołomii pod Krakowem. Studiuje w Petersburgu i Warszawie.

DRUGI BRAT: W 1863 roku z zapałem przyłącza się do powstania przeciwko rosyjskiemu zaborcy.

TRZECI BRAT: W czasie jednej z bitew odnosi poważne rany. Wzięty do niewoli, zostaje poddany amputacji lewej nogi.

CZWARTY BRAT: Przebywa później w Paryżu, Belgii, Monachium, we Włoszech i we Lwowie, gdzie kontynuuje studia malarskie.

PIĄTY BRAT: Ma dar czytania w ludzkich sercach i prorokowania. Często popada w ekstazę. W 1869 roku bierze udział w seansie spirytystycznym, w domu Lucjana Siemieńskiego i jego żony, Ludwiki z Potockich. W głębi ducha jest jednak osobą umiejącą żyć realiami, jest dobrym człowiekiem, który nie poprzestaje na fantazji i mrzonkach, ale - jak św. Franciszek - pamięta stale o potrzebujących. Rzeczywiście, już w czasach młodości otacza się wolontariuszami i z poświęceniem oddaje się ubogim,
znajdującym schronienie w publicznych przytułkach. Udaje się tam, aby pomagać im osobiście i gromadzi ich wokół siebie.

SZÓSTY BRAT: Maluje obrazy o tematyce religijnej i świeckiej. Ale - podobnie jak Fra Angelico - często stawia sobie pytanie: „Czy służąc sztuce można równocześnie służyć Bogu ?”

SIÓDMY BRAT: Pozostaje w stosunkach z wybitnymi postaciami swoich czasów - Maksymilianem Gierymskim, Matejką, Witkiewiczem, Wyspiańskim, Sienkiewiczem. Studiuje obrazy błogosławionego Fra Angelico, Rafaela i Tintoretta, historię starożytnej Grecji i Rzymu, dzieje Herkulanum i Pompei. Czyta Homera, Dantego, Bocaccia i Macchiavellego. Interesuje się Kantem i Platonem. W 1870 r. powstają obrazy: „Sjesta włoska”, „Francesca Rimini i Paola”, „Idylla Grecka” i wreszcie, w 1873 roku „Św. Franciszek”, w 1879 „Ecce Homo” i „Wizja św. Małgorzaty” w 1880 roku. W trzy lata później realizuje „Amazonkę”, obraz do dziś przechowywany w Muzeum Narodowym w Krakowie, i „Kamedułę” w 1885 roku.

PIERWSZY BRAT: Adam Chmielowski często przyjeżdża do Krakowa. Gości u Ojców Kapucynów i Kamedułów na Bielanach, gdzie poznaje Brata Wacława Nowakowskiego i Ojca Rafała Kalinowskiego.

DRUGI BRAT: Odwiedza krakowskie przytułki i noclegownie, zarówno te dla mężczyzn, jak i kobiet, gromadzi przy sobie pijaków, złodziei, nędzarzy, młodych i starych. Któregoś dnia jeden ze złodziejaszków, którego przygarnął z całym uczuciem, kradnie mu pieniądze i niszczy jego protezę, aby przeszkodzić w poszukiwaniach. Brat Albert, pomimo zachęty ze strony współbraci, nie chce by ów człowiek został ukarany.

TRZECI BRAT: Brat Albert, zwany „człowiekiem w długim płaszczu” zaczyna być rozpoznawany jako „ojciec wszystkich ubogich”.

CZWARTY BRAT: I oto 28 sierpnia 1888 roku Adam Chmielowski składa śluby Trzeciego Zakonu Św. Franciszka i przybiera imię Brata Alberta. Od tego momentu rozpoczyna się historia Zgromadzenia Braci Tercjarzy św. Franciszka, sług ubogich.

PIĄTY BRAT: W 1889 roku, w uroczystość Bożego Ciała, Brat Albert zakłada Zgromadzenie Sióstr Tercjarek św. Franciszka, służek ubogich.

SZÓSTY BRAT: Pewnego dnia hrabina Tarnowska, opuszcza swój dom w Krakowie, by pospiesznie udać się na Kazimierz. Chce osobiście wręczyć Bratu Albertowi 1000 koron, jakie otrzymała w darze od jednego ze swoich krewnych. Postanowia o tym w chwili, kiedy zegar na wieży krakowskiego ratusza przypomniał, że za godzinę rozpocznie się obiad w jednym z przytułków. Gdyby Tarnowska przybyła później, dla któregoś z przygarniętych gości mogłoby zabraknąć jadła. Brat Albert rzeczywiście przeznacza całą tę sumę na zakup prowiantu dla ubogich.

SIÓDMY BRAT: W 1915 roku Siostry Albertynki opiekują się w Tarnowie chorymi na cholerę i otwierają przytułek dla samotnych i bezdomnych kobiet. Później otworzą tam kuchnię mogącą wyżywić 700 osób dziennie. Oferują opiekę na oddziale chorób zakaźnych w szpitalu w Tarnowie, a któregoś dnia, po wybuchu wojny 1914 roku,
na polecenie Brata Alberta przygotowują żywność dla wojska przez Tarnów udającego się na front.

PIERWSZY BRAT: Józef Dietl, prezydent m. Krakowa, otwiera w mieście publiczną noclegownię dla mężczyzn i kobiet, którzy podczas zimowych nocy mogą znaleźć tam schronienie i uniknąć śmierci na chłodzie. Pewnego wieczora Brat Albert, w towarzystwie kilku osób z Kongregacji św. Wincentego udaje się na wizytację do tych przytułków. Wizytujący są wstrząśnięci widokiem dzieci pogryzionych przez pluskwy, starców i chorych leżących na ziemi wśród ekskrementów i moczu, kobiet odzianych w łachmany wydające obrzydliwy smród. Brat Albert powie wówczas: „Trzeba być razem z nimi !” I wkrótce rozpocznie życie i działalność pośród tych ludzi.

DRUGI BRAT: W 1889 roku noclegownie zostają przekształcone w stałe przytułki, gdzie ubodzy mogą zatrzymać się nie tylko na noc, ale przebywać także za dnia i gdzie mogą - jako wolontariusze - podejmować różne prace.

TRZECI BRAT: W tym samym 1889 roku, Anna Lubańska i Maria Silukowska, dwie kobiety, które umknęły carskim prześladowaniom, zwracają się do Brata Alberta: „Od miesięcy prosimy Boga, aby pozwolił nam wstąpić do klasztoru”. Na co Brat Albert odpowiedział: „Również i ja od miesięcy proszę Boga, aby zesłał mi kobiety zdolne do pomocy”. W ten oto sposób powstaje Zgromadzenie Sióstr Albertynek z Matką Bernardyną Jabłońską jako pierwszą przełożoną generalną.

Scena Druga: ECCE HOMO

Kraków, rok 1883. We wnętrzu swojej pracowni Adam Chmielowski, z zapalonym papierosem w ustach maluje obraz przedstawiający Ecce Homo. Od czasu do czasu zwraca się do swego przyjaciela, malarza Maksa Gierymskiego.

CHMIELOWSKI: (Patrzy na obraz ze skupieniem) Nie wobrażasz sobie, mój drogi Maksie, jak wiele czasu musiałem po dzień dzisiejszy poświęcić, aby ukończyć ten obraz „Ecce Homo” ! Rozpocząłem go przed czterema laty, w czasach gdy odbywałem nowicjat u XX. Jezuitów, kontynuowałem potem w Kudryńcach, Krakowie i w Zakopanem. I dziś w Krakowie znowu stoję przed tym płótnem, które przysparza mi tak wiele udręki. Wiem, że brakuje najwyżej paru dotknięć pędzla, a mimo to czuję, że nie będę umiał ich położyć. To oczywiste, że czuję się niegodny tego, by odtwarzać wyobrażenie Chrystusa. A przy tym tak trudno mi jest skierować w dół jego wzrok, ukazać Go w koronie cierniowej na głowie, ubiczowanego i poniżonego, wyrazić upokorzenia, jakie musiał znieść z naszej winy, ludzi, dzieci Bożych, rozwścieczonych i pastwiących się od chwili gdy został skazany aż po ukrzyżowanie. Z wyrazu, jaki Jego twarz przybiera za każdym następnym pociągnięciem pędzla zdają się przebijać słowa: „A przecież tak bardzo was ukochałem !” I to właśnie każe mi dziś rozważyć moje powołanie, wybór jakiego w życiu dokonałem. I jeśli nieraz przychodzi mi szukać inspiracji u Fra Angelico, malarza który jest tak

bliski memu sposobowi myślenia, na samą myśl o tym czuję, że jestem niegodny takiego porównania.

MAKS: To zdarza się, jak sądzę, nam wszystkim, malarzom, kiedy chcemy sięgać po sztukę sakralną. Jedni mniej, inni bardziej, wszyscy jednak doświadczamy podobnych wątpliwości. Chyba więc lepiej będzie, jeśli spróbujesz się skupić, a ja usunę się w jakieś zacisze, aby nie przeszkodzić ci w niczym. Pracuj zatem spokojnie...

I oto w głębi pojawia się postać Błog. Fra Angelico, który - także w osamotnieniu - maluje jeden z fresków w Kaplicy Najświętszego Sakramentu w Pałacu Watykańskim. Tymczasem nadchodzi papież Eugeniusz IV z orszakiem. Następuje scena III - „Odmowa” wyjęta z tekstu sztuki „Beato Angelico”.

EUGENIUSZ: Giovanni! Mistrzu Giovanni!

GIOVANNI: (Odwracając się) Tak, Wasza Świątobliwość.

EUGENIUSZ: Z zadowoleniem zauważam, że pogłębiłeś koloryt.

GIOVANNI: Wypróbowuję jedynie nową technikę, Wasza Świątobliwość.

EUGENIUSZ: Jaki dziś nastrój?

GIOVANNI: Skoro zostałem sam na sam z robotą...

EUGENIUSZ: Czy ty aby nie trudzisz się zanadto? Mówiono mi, że wobec uczniów masz iście hiobową cierpliwość.

GIOVANNI: Tak, ale pomimo to czasem czuję na swoich barkach
ciężar odpowiedzialności. Zresztą... Ale niech Wasza Świątobliwość zaczeka, zaraz zejdę.

EUGENIUSZ: Nie, nie przerywaj sobie.

GIOVANNI: Ależ...

EUGENIUSZ: O mnie się nie troszcz, mnie tutaj będzie dobrze (siada na ławie).

GIOVANNI: Jak Wasza Świątobliwość woli...

EUGENIUSZ: Dotarły zapewne do ciebie wieści o śmierci arcybiskupa Zambarelli z Florencji?

GIOVANNI: Światły człowiek, humanista, jak Wasza Świątobliwość, a do tego zacna dusza.

EUGENIUSZ: Spójrz, Giovanni, tenże światły papież i humanista, jak sam powiadasz, jest tylko człowiekiem ze wszystkimi, trapiącymi go wątpliwościami, nie sądzisz? Wyobraź sobie, że dostałem już dziesiątki pism z prośbami i sugestiami kandydatur, ma się rozumieć, także ze strony Medyceuszy. Moim wszakże życzeniem byłoby zamianować ciebie.

GIOVANNI: (Odwraca się gwałtownie).

EUGENIUSZ: Tak, o ciebie właśnie mi się rozchodzi. Mogłoby to nastąpić w porze twojego powrotu do Florencji. Oczywiście, zgodnie z procedurą przysługuje ci prawo do wolnego wyboru swoich konsekratorów.

GIOVANNI: Ależ, Wasza Świątobliwość naprawdę myśli zaszczycić mnie tak wielką łaską? Mnie, skromnego rzemieślnika, braciszka niegodnego przyjęcia tego zaszczytu? (Pokazuje swoją koszulę poplamioną farbami). Kimże ja jestem? Wystarczy spojrzeć tylko – pacykarzem, ubogim i niedoskonałym  stworzeniem, wieśniakiem z Vicchio, wioski zagubionej wśród wzgórz Mugello.

EUGENIUSZ: Wątpisz, aby papież miałby dostąpić nieoczekiwanego natchnienia? Czy wiesz, jak długo już myślę o twojej kandydaturze?

GIOVANNI: Rozumiem, ale... (przerywa)

EUGENIUSZ: A więc?

GIOVANNI: Świątobliwy Ojcze, wydaje mi się, że znalazłem rozwiązanie tego problemu. (Nieśmiało) Chciałbym... ośmieliłbym się zaproponować mego przełożonego z klasztoru San Marco, ojca Antonino Pierozzi. Czy Wasza Świątobliwość pamięta go z Florencji?

EUGENIUSZ: Ów święty człowiek? Ależ oczywiście!

GIOVANNI: (Podekscytowany) Byłby więc dobrze widzianym kandydatem?

EUGENIUSZ: Kto wie, może masz rację? Oczywiście, jeśli ty nie zechciałbyś zaaprobować mojej propozycji.

GIOVANNI: (Z wytchnieniem) Odmawiam, z całym przekonaniem odmawiam, Wasza Świątobliwość!

EUGENIUSZ: Czy na pewno?

GIOVANNI: Na pewno.
EUGENIUSZ: Ile w tobie energii! Jaka siła w mowie! Ale przyznam, że uspokoiłeś mnie nieco. (Do siebie) Naturalnie, ojciec Antonino Pierozzi, to świetna idea! (Do Giovanniego) Pomówmy może o czymś innym. Czy to prawda, mój umiłowany artysto, że gdy malujesz swoich świętych, jesteś niczym zatopiony w ekstazie, a twoją dłoń prowadzą aniołowie?

GIOVANNI: Wasza Świątobliwość. „kto tworzy rzeczy Chrystusa, musi zawsze być z Chrystusem. Musi swą sztukę przetwarzać w modlitwę”.

EUGENIUSZ: Widzę, że powoli dobiegasz końca swojej pracy.

GIOVANNI: Przyrzeczonego terminu dotrzymam, Wasza Świątobliwość.

EUGENIUSZ: Nie miałem co do tego wątpliwości, Fra Angelico. Chciałbym nazywać cię właśnie w taki sposób: „Fra Angelico”.

GIOVANNI: Jak Wasza Świątobliwość uważa, ale...

EUGENIUSZ: Wciąż ale i ale... Zbyt mało wiem o tobie. Chciałbym poznać cię bliżej. Nie spotyka się na co dzień kogoś, kto tak  łatwo pozwala sobie na rezygnację z arcybiskupstwa. Najwidoczniej bogactwem jest dla ciebie
twoja wiara. Gdybym musiał opisać cię na podstawie tej niewielkiej cząstki, którą znam dzięki twojej sztuce, nazwałbym cię największym malarzem naszych czasów.

GIOVANNI: Wasza Świątobliwość doprawdy wprawia mnie w zakłopotanie.

EUGENIUSZ: Istotnie, malarzem o wielkiej duchowości, nowatorem, a przy tym artystą genialnym, sugestywnym i szczerym. Krótko mówiąc, doskonałym, choć zapewne źle opłacanym. Mówiono mi, że przed dwudziestu laty za namalowanie krucyfiksu dostałeś 12 lirów.

GIOVANNI: Ależ, Wasza Świątobliwość! (Schodzi z drabiny i siada na zydlu naprzeciw papieża). Gwoli prawdy było to przed dwudziestu trzema laty i dostałem wtedy 10 lirów, ale nie chciałbym...

EUGENIUSZ: Pozwól mi mówić. Jestem zachwycony twoją osobowością. Nie ujawniasz wahań ani udręk umysłu. Patrząc kiedyś na twoje postacie malowane na ścianach klasztoru w Fiesole (wskazuje dokładnie punkt na jednym z fresków) i teraz na tych świętych, widocznych choćby tam w głębi, mam wrażenie, że każdy z nich odczuwa niebiańską rozkosz, gdyż posiadł czystą prawdę czy to drogą poznania zmysłowego, czy ponadzmysłowej wiary. Słowem, twoja sztuka ujawnia człowieka silnego wiarą, osobowość prawdziwą i szczerą.

GIOVANNI: Dziękuję, Wasza Świątobliwość. Być może jest w istocie tak, jak Wasza Świątobliwość zechciał zauważyć. Jeśli jednak chodzi o moją wizję człowieka, tego prawdziwego człowieka, jak Wasza Świątobliwość zauważył wcześniej, nie jest on, według mnie, ani dobry ani święty. Ale powinien zmierzać do świętości, ponieważ jest ona odbiciem Bożego piękna i posiąść ją nie jest wcale zadaniem ponad siły. Wszak po to Chrystus umarł na krzyżu. Także przykład Jego Matki nie musi wcale pozostawać odosobniony. A dalej sądziłbym, że piękno w swej istocie równe jest prawdzie, dobru, świętości, wszelkiej doskonałości i czystości. Sztuka może się doń zbliżyć, może piękno przedstawić, lecz czyni to po to, aby za pomocą obrazu świata doczesnego roztaczać wizję prawdziwej wspaniałości piękna Bożego. (Siada na krześle i zdejmuje fartuch). Na koniec naszej rozmowy, jeśli Wasza Świątobliwość pozwoli, chciałbym wyznać, że prawdziwym bogactwem jest umieć zadowalać się codziennością.

EUGENIUSZ: Przeczuwałem to już wcześniej, obserwując twoje wizje, bliższe duchowości świętego Franciszka niż scholastycznym spekulacjom twego zakonu. Dobrze, mój synu, pora iść?

GIOVANNI: Jak Wasza Świątobliwość życzy sobie.

EUGENIUSZ: A zatem chodźmy (idą razem w kierunku wyjścia). Zapadł już mrok i moja świta zapewne uprzykrzyła sobie to długie oczekiwanie (zatrzymuje się w drzwiach).

GIOVANNI: Niechaj Wasza Świątobliwość idzie, ja muszę jeszcze poukładać pędzle, barwniki i wszystkie moje narzędzia, a potem pogasić świece.

EUGENIUSZ: (Wychodząc, do siebie) W samej rzeczy, Antonino Pierozzi, to doprawdy święty człowiek! Wyśmienicie, wyśmienicie!

Scena Trzecia: MODLITWA

Kraków, rok 1888. Brat Albert jest sam w swojej celi. Na klęczkach modli się przed krucyfiksem. W ręku trzyma różaniec.

W głębi pojawia się Fra Angelico, który spogląda w niebo, gotowy wzywać Boga: następuje scena IV - „Modlitwa” wyjęta z tekstu teatralnego „Beato Angelico”.

FRA' GIOVANNI: Ojcze Nasz, który jesteś w niebie, nie opuszczaj mnie. Nieustannie potrzebuję Ciebie jako stworzenie twoje i jako niegodny twój sługa, kaznodzieja z zakonu św. Dominika. Wszyscy na tej ziemi potrzebujemy Ciebie, Panie Jezu Chryste. Szczególnie dzisiaj, gdy przeszło czterdzieści wieków mija od Twego przyjścia, ludzie poszukują duchowości. I to ich pragnienie przejawia się na wszelkie sposoby. W zamęcie, jaki zapanował powszechnie, wśród podziałów targających twoim Kościołem, który obrasta we wspaniałe dzieła ludzkiej ręki i wciąż wznosi  nowe świątynie, pośród tego wszystkiego, Panie Boże, ludzie nie umieją odnaleźć Ciebie. Ojcze nasz, który jesteś w Niebie, przyjdź Królestwo Twoje! Cichą i surową ascezę razem z moim malarstwem dedykuję Tobie, Panie. Tak, jak dedykuję moją modlitwę wraz z kontemplacją spraw boskich. Wszystko to wszakże za mało. Wiem o tym. Powiadają, że moją mową docieram do głębi ludzkiej duszy, że zdolny jestem rozbudzać w nim żarliwość wiary, że pojąłem, jak przekształcać sztukę w modlitwę. Ale jakżeby to wszystko mogło stać się możliwe bez udziału św. Dominika, orędującego u Ciebie. To Ty uczyniłeś ze mnie Swoje narzędzie. Tego tylko jestem dziś pewne, że jestem z Tobą, mój Boże. Ufam, że jestem Twoim żołnierzem, który ma swój udział w pokonywaniu zła. Tu, na ziemi, jestem tylko pysznym grzesznikiem. Jakże daleko mi do tego, kim chciałbym stać się, Jezu! Jak całe Twoje stworzenie podlegam nakazom pożądań i zmysłów, tak jak podlegali im święty Paweł i święty Augustyn, tak jak są i będą im podlegli wszyscy ludzie i wszyscy święci na ziemi, którzy jeszcze nadejdą. Ale przykładam cały swój zapał, aby stać się tym, kim pragnę być – człowiekiem uwolnionym od ograniczeń doczesnych, natchnionym artystą, coraz bardziej swobodnym w uprawianiu tej sztuki, która przybliża do Niebios. Chwała Ci Panie, pełen miłosierdzia! Wspieraj mnie w umacnianiu wiary łaską Ducha Świętego. Moja wizja świata, tego świata płonących stosów, szubienic i krzyży, ale także kazalnic, z których głoszone jest Twoje słowo, natchniona jest radością Zwiastowania. Panie Miłosierny, nie opuszczaj nas! Wspieraj siłę Swojego Kościoła, oświecaj sprawiedliwe sługi, a wyzwól go od fałszywych ministrów, już nadto doświadczyliśmy zgubnych skutków władzy doczesnej. Obdarz natchnieniem artystów i wspieraj ich, bo oni właśnie mogą rozgłaszać Twoje słowo. Lecz słabi i wrażliwi, sami niekiedy nie umieją Cię prosić, Panie, okazując czasem bojaźliwość. Malarz często jest świadom własnej niewystarczalności. Dość pomyśleć o ograniczeniach, jakie narzuca mu jego sztuka. Jak na przykład wyrazić pędzlem istotę wieczności lub nieskończoności? Jak wyrazić Twoje imię? Ojcze Nasz, który jesteś w niebie, święć się Imię Twoje! Przyjdź Królestwo Twoje, bądź wola Twoja, jako w niebie, tak i na ziemi. I wybaw nas ode złego. Niechże tak się stanie!                        

Scena Czwarta: DIALOG

Kraków, 20 października 1900 roku. Brat Albert, z zapalonym papierosem w ustach prowadzi w swojej celi rozmowę z Księdzem Czesławem Lewandowskim. Obydwaj mężczyźni siedzą.

BRAT ALBERT: Zwierzyłem ci się z moich przygód miłosnych, z moich złych nawyków, tych obecnych i tych przeszłych...., wspominając wszystkie doświadczenia z moich podróży po Europie i Rosji. Zdarzenia, które - jak sądziłem - udało już mi się wymazać z pamięci po spowiedzi i złożeniu ślubów zakonnych.

KSIĄDZ LEWANDOWSKI: (Nie komentuje. Sprawia wrażenie, że słowa rozmówcy nie wywarły na nim żadnego wrażenia).

BRAT ALBERT: Przyszło mi nawet wywołać wizerunek obecnego papieża na ekranie kinematografu, który poruszał się tak żwawo, że dawał złudzenie, jak gdyby to działo się naprawdę. Gdyby moja wiara w Boga i wierność Kościołowi nie były tak niezachwiane, mógłbym pomyśleć, daję słowo, że wszystkie te nowe wynalazki to istne sztuczki diabła ! I wszystko to z okazji 32-ego Świętego Jubileuszu, uroczystości, której nie obchodziło się już od dobrych 75 lat..., jeśli nie liczyć tamtego jubileuszu za Piusa IX, „przy bramach zamkniętych”. (Gasi papierosa w popielniczce i wstaje)

KSIĄDZ LEWANDOWSKI: (wstaje)
BRAT ALBERT: No cóż, pora iść. Głowa do góry i stój mocno na nogach. Oczywiście, mocniej ode mnie!
(Podnosi brzeg habitu i odsłania jedyną nogę, jaka mu pozostała). Widzisz, mam tylko jedną nogę. Drugą straciłem w obronie ojczyzny, kiedy miałem zaledwie osiemnaście lat. Rannego, wzięli mnie do niewoli. We więzieniu musiałem poddać się amputacji lewej nogi bez żadnej narkozy. Ale pomimo tego, że zostałem bez nogi, udało mi się zbiec do Paryża, wmieszawszy się w tłum jeńców wojennych, Francuzów... I przy tym wszystkim utrzymywałem zawsze równowagę, wielką równowagę, przede wszystkim wewnętrzną. A właśnie równowaga wewnętrzna, bardziej niż fizyczna, ma wielkie znaczenie. I należy ją zawsze chronić, rozumiesz ? A to możesz osiągnąć jedynie w miłości ku Bogu.

KSIĄDZ LEWANDOWSKI: (Zaskoczony. Obraca się i kieruje do wyjścia. Żegnając się, przyklęka i składa dłonie na znak szacunku)

BRAT ALBERT: Mógłbyś mi coś odrzec, skomentować, zareagować, zamiast uciekać jak wypłoszona zwierzyna.

KSIĄDZ LEWANDOWSKI: (Zatrzymuje się i patrzy w oczy Brata Alberta)

BRAT ALBERT: Chrystus miał mieć swego Antychrysta, papież miał swego Antypapieża, jubileusz za Leona XIII, ledwie w miesiąc po otwarciu, musiał zderzyć się z kontrjubileuszem. Możliwe, abym ja nie znalazł nikogo, kto by mi się sprzeciwił ? Kogoś, jak ty, kto chciałby oponować ? Powiedzże mi coś ! Nie spodobało ci się moje powiedzenie "Stój na nogach". Sądzisz, że nie wypadło szczęśliwie ? A może gest, z jakim obnażyłem przed tobą moje kalectwo wydał ci się w złym guście ? Wyraż zatem swoje zdanie, nie możesz milczeć tak, jak dotychczas ! Zrozumiałem ! (Pokazuje protezę amputowanej nogi) Ten przedmiot budzi w tobie wstręt i sprawił, że zaniemówiłeś ? (Śmieje się) Zresztą - kto wie - może to dar słuchania innych ? Byłbyś z pewnością świetnym spowiednikiem !

KSIĄDZ LEWANDOWSKI: (Przytłumionym głosem) Wyobrażałem sobie, że jesteś osobą zamkniętą, artystą pełnym niepokoju, malarzem wrażliwym jak ....Fra Angelico.

BRAT ALBERT: (Ponownie wybucha śmiechem) Ja ? Ja malarzem jak Fra Angelico ! Diabeł i woda święcona ! (Śmieje się).
KSIĄDZ LEWANDOWSKI: (Wychodzi).

BRAT ALBERT: (Bierze różaniec, klęka przed krucyfiksem i zaczyna żarliwie modlić się, aż popada w głęboką ekstazę).

KSIĄDZ LEWANDOWSKI: (Zawraca i nadsłuchuje przez okienko przebite w murze celi).

Scena Piąta: KARNAWAŁ

Kraków, rok 1910. Na Rynku, pochód przebierańców. Na rozstawionej scenie komedianci odgrywają przedstawienie, publiczność przygląda się. Żołnierze pilnują porządku.

Scena Szósta: EPILOG

Kraków, 25 grudnia 1916 roku. Brat Albert na łożu śmierci w jednym z pokojów przy ulicy Krakowskiej 43. Dzień wcześniej, z rąk ks. Czesława Lewandowskiego przyjął komunię. Otoczony jest kilkoma osobami ze swojego zgromadzenia i grupką ubogich.

BRAT ALBERT: (Dotykając piersi, krzywi usta w bolesnym grymasie) Jak bardzo boli ! W całym życiu nie doświadczyłem podobnego bólu ! (Milknie. Ból się uspokaja). Ale jak pięknie i dobrze jest umierać długo i w boleści od czasu, gdy bolesna i długa była agonia i śmierć na krzyżu Naszego Pana Jezusa Chrystusa ! (Zauważa, że zebrani mają oczy wilgotne od łez) Dlaczego płaczecie ? Powinniście słuchać woli Boga. Trzeba śpiewać Magnificat, Te Deum ! A co tymczasem czynicie ? Gdzie mnie położyliście ? Oddajcie mi moje stare żelazne łóżko i poduszkę wypchaną słomą..., zresztą i tak już niczego mi nie potrzeba... (Zamyka oczy i umiera)

Scena Siódma: EPITAFIUM

Rok 2002. Siostry Albertynki, wewnątrz swego oratorium przypominają, poprzez lekturę, wydarzenia jakie zaszły od chwili smierci Brata Alberta aż po jego kanonizację.

PIERWSZA SIOSTRA: Brat Albert, dotknięty chorobą nowotworową, umiera w Krakowie w dzień Bożego Narodzenia 1916 roku. Zostaje pochowany na cmentarzu Rakowickim. Wcześniej, przez trzy dni jego ciało jest wystawione w kaplicy konwentualnej Braci Albertynów w Krakowie.

DRUGA SIOSTRA: W 1932 roku ciało Brata Alberta zostaje ekshumowane i poddane badaniom, a następnie ponownie pochowane.

TRZECIA SIOSTRA: 31 maja 1949 roku relikwie Brata Alberta zostają przeniesione do krużganka kościoła Karmelitów Bosych w Krakowie.

CZWARTA SIOSTRA: W 1983 roku, 18 czerwca, Brat Albert zostaje ostatecznie pochowany w kościele pod wezwaniem Ecce Homo, wewnątrz Domu Generalnego Sióstr Albertynek w Krakowie.

PIĄTA SIOSTRA: 29 czerwca 1983 roku Brat Albert zostaje uroczyście ogłoszony błogosławionym przez papieża Jana Pawła II w Krakowie.

SZÓSTA SIOSTRA: 12 listopada 1989 roku następuje uroczystość kanonizacji w Bazylice św. Piotra w Rzymie. Brat Albert zostaje ogłoszony świętym przez papieża Jana Pawła II.

SIÓDMA SIOSTRA: Brat Albert został oświecony przez Pana, tak jak św. Paweł został nawrócony po to, by stać się Apostołem Narodów. Podobnie jak tamten, upada z konia, kiedy zostaje ranny w nogę. Straci ją później, aby stać się na koniec Apostołem Ubogich. Brata Alberta, którego relikwie, zdjęcia, obrazy, jego nauczanie i o nim wspomnienia przechowujemy, chcemy dziś wspominać, bo często mówił do swych braci i sióstr: „W tym życiu, widzicie, trzeba być dobrym jak chleb !”

KURTYNA

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OBRAZY BRATA ALBERTA:

"Ogród Miłosci", Il Giardino dell'Amore, olio su tela cm. 83x167, del 1876
"L'apparizione di Dio a Santa Margherita", del 1880
"Sobótki Świętojańskie", Sobótki (Sabatino) di San Giovanni
"Pogrzeb Samobójcy", Il Funerale del Suicida
"La Divina Commedia di Dante"
"Adrianna Lecouvreur"
"Śluby Panieńskie", Giuramenti di ragazze
"Sjesta Wŀoska", Siesta Italiana, del 1870
"Idylla Greca", del 1870
"Bambina con Cappello", del 1874
"Vita Sommum Breve"
"Bambina con Cane", del 1874
"L'Amazzone", del 1883/1884, olio su tela  (Oggi al Museo Nazionale di Cracovia)
"Odiazd Gości"
"Na Posterunku", su carta cm.23x14,5, del 1876
"Nad Rzeką" Sul Fiume
"Antoni Sygietyński, olio su tela cm. 40,3x33, del 1875
"Kameduła w Celi", del 1885
"Babie Lato"
"Stróź Nocny"
"Noc Księżycowa"
"Na Folwarku" La Fattoria
"Na Pikiecie"
"Omero"
"Mickiewicz", del 1871
"San Francesco", del 1873
"Odwilż", acquarello cm. 5,5x16, del 1879
"Sanna do Czarnokoziniec", acquarello su carta cm. 18x25, del 1879
"Ecce Homo", del 1879 (Oggi presso la Casa Generalizia delle Suore Albertine a Cracovia)
"Francesca da Rimini e Paolo", del 1870
"La Stalla con i Buoi", del 1875 (Oggi presso la Curia Ecclesiastica di Varsavia)
"Elena Modrzejewska", ritratto incompiuto
"La Tomba dell'Omicida", Quadro distrutto dallo stesso autore
"Il Cimitero 1"
"Il Cimitero 2"
"Il Cardinale"
"In Italia", olio su tela
"Crepuscolo", olio su tela
"Prima del Temporale"
"Passeggiata a Cavallo"
"Ritorno dalla Passeggiata a Cavallo"
"Partenza per la Caccia"
"Pecore nel Burrone"
"Santa Veronica", Quadro mai ultimato
"Padre Ireneo"
"Preghiera Mattutina"
"Bambine" Olio su tela.

BIBLIOGRAFIA:

"Adam Chmielowski, Brat Albert", Alicja Okońska, Instytut Wydawniczy Pax, Warszawa 1991
"Kanonizacja Brata Alberta", Kraków 1991
"Fratel Alberto Chmielowski", Antonio Casieri, Roma 1989
"Świadectwo Oddania bez Reszty-Testimonianza d'una Dedizione tot.", K. Wojtyła, Kraków 1984
"Il Fratello del Nostro Dio - Opera Drammatica", Karol Wojtyła Vicario di S. Floriano a Cracovia
"Monografia Dedicata a Brat Albert", Konstanty Michalski,






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